E il meno che poteva fare il Presidente del Consiglio, a propria giustificazione, si era di convocare il Parlamento, dopo la violazione dello Statuto o di tutte le leggi durante lo Stato d’assedio, per chiedere il bill d’indennità.

L’ON. CRISPI RESPINGE UN “BILL D’INDENNITÀ„

Questo avrebbe dovuto e potuto bastare a qualunque Ministro ed a qualunque Ministero, ma l’onorevole Crispi, disse l’on. Imbriani, respinse per alterigia abituale il bill d’indennità e chiese un voto politico esplicito, che ne approvasse la condotta e stabilisse che tutto era proceduto conforme a legge. Ciò sembrava enorme e contrario a tutti i precedenti parlamentari, anche italiani, e si ricordava come in altri tempi si giudicò temerario l’on. Nicotera, che bill d’indennità chiedesse per ciò che aveva fatto nella stessa Sicilia; ed aveva fatto assai di meno e di meno peggio dell’on. Crispi (Zini op. cit. p. 47 e 48). Altri tempi!

Ora, la Camera dette ragione al Presidente del Consiglio, eliminò il bill d’indennità, e con 342 voti favorevoli contro 45 contrarî e 22 astensioni approvò quest’ordine del giorno presentato dell’on. Damiani e accettato del governo:

«La Camera, approvando l’azione del Governo, diretta alla tutela della pace pubblica, confida ch’esso saprà definitivamente assicurarla con opportuni provvedimenti legislativi, e passa all’ordine del giorno.»

La enorme maggioranza, che approvò la condotta del governo non lasciava luogo a sperare—nella sua resipiscenza nella grave quistione che le venne innanzi il giorno 8 Marzo—per la autorizzazione a procedere contro l’on. De Felice e per la convalidazione del suo arresto.

LA CAMERA

Qui erano in giuoco le prerogative della Camera, delle quali, dal 1848 in poi, essa si era mostrata sempre gelosa. Ma a nulla valsero le osservazioni di Cavallotti, di Barzilai, di Imbriani, di Sacchi, di Altobelli, di Merlani, mie e dello stesso Palberti, ch’era relatore delle Commissione nominata dagli ufficî della Camera dei Deputati per esaminare la domanda di autorizzazione a procedere presentata dal Regio Procuratore presso il Tribunale di Palermo.

NULLA VALLE PER ESSA

Non valse che io dimostrassi che le accuse si fondavano sopra documenti ridicoli come il trattato di Bisacquino, o infami come il firmatissimo; che lo stesso Procuratore del Re, costatando la lunga lotta in seno del Comitato dei Fasci alla vigilia della proclamazione dello Stato d’assedio, escludeva implicitamente l’azione dello stesso Comitato e dell’on. De Felice nei moti di Sicilia; che lo stesso pubblico accusatore non avesse potuto dimostrare un sol caso di azione diretta del rappresentante per Catania nei tumulti; che aveva torto l’on. Palberti ad ammettere la esistenza di depositi di armi vecchie e nuove sulla semplice assicurazione del questore Lucchese. Non valse che l’on. Sacchi collo esame della corrispondenza tra l’on. De Felice e il Cipriani—il cavallo di battaglia del processo e dell’accusa di alto tradimento—avesse luminosamente provata la inesistenza dei mezzi idonei per provocare la rivoluzione. Non valse che l’on. Barzilai avesse esposto i casi numerosi (Luzzi, Carbonelli, Costa, Francica, Bonajuto, Dotto ec.) nei quali la Camera, contro il parere dell’on. Palberti e della maggioranza della Commissione di cui era relatore, era entrata nel merito della domanda di autorizzazione a procedere. Non valse che lo stesso on. Sacchi avesse ricordato il parere del più grande e autorevole commentatore delle leggi inglesi, il Blackstone, sulla prerogativa parlamentare, che la Camera inglese non volle mai definita da leggi speciali affinchè, di caso in caso essa ne facesse quell’uso che nel suo sovrano apprezzamento le sembrasse conveniente; a nulla valsero tanti sforzi: la Camera accordò l’autorizzazione a procedere perchè il governo la voleva.