IN SICILIA E NAPOLI NEL ’62
Nel 1862, lo Stato di assedio viene proclamato in Sicilia e nel Napoletano. Perchè? Un esercito meridionale era risorto al di fuori dell’autorità del governo e contro gli ordini espressi del Capo dello Stato. Quell’esercito era capitanato da Garibaldi e provocava diserzioni numerose nelle fila dell’esercito; il potente vicino impero francese esigeva che si arrestasse la marcia su Roma. Qualche imprudente ha detto che ogni paragone tra Garibaldi e De Felice—tra l’esercito dei volontari che volevano la liberazione di Roma e i tumultuanti che volevano la liberazione dalle tirannidi locali e il miglioramento economico—era impossibile. Sia. Eppure l’ente governo, sempre disposto ad abusare del salus patriae, trattò alla stessa stregua i nemici del 1862 e quelli del 1894; chiamò tutti disfacitori dell’Italia e ribelli. E quelli la cui missione viene ora dichiarata più nobile furono puniti più severamente e più iniquamente: la ferita di Aspromonte e i fucilati di Fantina ne fanno fede. Ad ogni modo la misura del pericolo nel 1862—e lo stesso si potrebbe dire pel 1867, quando l’esercito dei volontari con Garibaldi si rimise in marcia verso Roma e venne arrestato a Mentana—non era identica a quella del 1894, e l’uguaglianza del provvedimento, perciò, rimane ingiustificabile. Ed uguale rimane la protesta in Parlamento; sulla quale Cavallotti osservò:
«Pigliate i resoconti di quella memoranda discussione su l’interpellanza Boncompagni: al banco del Governo, al posto di Rattazzi, mettete Crispi; poi qui all’estrema, al posto del Nicotera d’allora, mettete Bovio; al posto di Mordini, mettete Colajanni; al posto del perpetuo e violento interruttore di allora, ch’era l’onorevole Crispi, mettete Imbriani, (Ilarità) e voi avrete la discussione di quei giorni, completamente, fotograficamente riprodotta.»
NELLE PROVINCIE MERIDIONALI
Nel 1863-64, provvedimenti eccezionali vengono presi per le provincie meridionali.
«Allora sì, fu un momento per l’Italia ben più grave, ben più scuro di adesso. Era il momento in cui il brigantaggio infuriava per tutto il Mezzogiorno: non i quaranta o cinquanta o cento matti della Lunigiana, ma bande organizzate di briganti scorazzavano tutto il Mezzodì, assalivano e uccidevano i nostri soldati, entravano da conquistatori nelle terre e nei paesi. Era la guerra civile nel vero, terribile senso della parola, che aveva qui in Roma il suo quartiere generale; da qui il re di Napoli dirigeva le mosse, nominava i capitani; da qui la reazione mandava i denari. Ci poteva essere un caso più grave, nel quale il governo fosse tentato per la salus reipublicae di procedere per mezzi spicci, rigorosi, terribili? Ebbene, il Governo venne innanzi al Parlamento, e, come l’urgenza cresceva, si stralciarono, per far presto, dal progetto di legge per la repressione del brigantaggio pochi articoli che il Parlamento discusse e votò, e che formarono la legge Pica.»
«Che cos’era questa terribile legge? Il suo primo articolo diceva questo solo: «Fino al 31 dicembre nelle Provincie infestate dal brigantaggio e che tali saranno dichiarate con Decreto Reale, i componenti comitiva o banda armata di almeno tre persone che vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne, per commettere crimini o delitti, saranno giudicati dai tribunali militari di cui nel libro II, parte II, del Codice penale militare».
«Era il meno che si potesse chiedere in un caso di vera guerra civile, ed era chiesto per legge. Ebbene, l’onorevole Crispi lo trovava enorme!» (Cavallotti)
Le condizioni nel 1862-63, adunque, erano più gravi che nel 1894; eppure i provvedimenti eccezionali, furono assai meno rigorosi di quelli del 1894: ai briganti si consentì la difesa civile negata ai socialisti, e quei provvedimenti infine furono consentiti preventivamente dal Parlamento.
A PALERMO NEL ’66