Non si può e non si deve a priori negare la possibilità nelle cose siciliane di un esito diverso da quello enunziato e temuto; si può anzi ammetterla, purchè governo e classi dirigenti agiscano di conserva e rapidamente per iscongiurare i pericoli che risorgeranno spontanei dalla situazione, presto o tardi, senza o con l’opera dei sobillatori, col concorso indiretto dei Fasci come nel 1893, o senza che fossero conosciute le teorie socialiste, e senza che Fasci esistessero come nel 1860 e in altre epoche.
L’ATTITUDINE DELLE CLASSI DIRIGENTI
Storia e scienza politica si accordano nel riconoscere che non c’è che un mezzo per evitare le rivoluzioni violente: le riforme date a tempo. E riforme ne sono state proposte di ogni sorta per la Sicilia: riforme economiche, politiche amministrative e sociali; riforme, che in parte riuscirebbero utilissime al resto d’Italia.[82] Ma perchè riuscirebbero utilissime al resto d’Italia c’è da temere che non ne saranno votate in tempo per la Sicilia dal Parlamento; e per lo stesso motivo i deputati siciliani più interessati al mantenimento dello Statu quo e che rispecchiano fedelmente le aspirazioni e gl’interessi delle classi dirigenti, levano alta la voce contro ogni legge speciale per la Sicilia, che scioccamente designano come legge eccezionale—di leggi eccezionali essi non invocano e non approvano che lo Stato d’assedio con tutti i suoi amminicoli, dalla censura preventiva ai Tribunali militari!—poichè essi sono giustamente convinti che allontanerebbero per più lungo tempo l’amaro calice delle riforme economico-sociali, quando tutti i deputati d’Italia fossero costretti ad avvicinarvi le labbra.
CIÒ CHE SI DOVREBBE FARE E CIÒ CHE SI È FATTO
Di ciò che si dovrebbe e potrebbe fare, di ciò che si è fatto già o si è mostrato l’intenzione di praticare, bisogna fare rapidissima menzione.
Nell’ordine amministrativo si reclamano pronti provvedimenti che spengano ed impediscano il risorgere dell’attuale prepotenza delle consorterie locali, che opprimono i deboli e gli avversarî; non rendono fruttuosa l’opposizione nelle vie legali; e coll’intrigo, colla corruzione o colla protezione dei deputati, del governo centrale e dei suoi rappresentanti scambiano le parti e riducono alla condizione legale di minoranze, quelle che realmente sono maggioranze. E prontamente si farebbe opera di pacificazione, (più sincera e più duratura di quella più che consigliata, imposta dai Prefetti e dagli ufficiali dell’esercito tra i partiti opposti all’indomani dei disordini e delle repressioni), collo scioglimento di molti Consigli comunali e colle elezioni senza ingerenza indebita di chicchessia.
Ciò che si è fatto non ispira fiducia, poichè dalla narrazione precedente, e specialmente dai capitoli sui Tribunali militari e sull’Opera civile del generale Morra si apprese che furono abbandonate le primitive buone intenzioni in ordine alla ricostituzione delle amministrazioni comunali sulle basi della giustizia, della legalità e della preponderanza delle maggioranze reali; lasciando perdurare, anzi consolidando il prepotere di quelle consorterie—in fondo apolitiche—che si mostrano più ligie al governo ed ai suoi rappresentanti locali.
In un ordine più generale bisognerebbe provvedere affinchè venisse assicurata la onesta compilazione delle liste elettorali: come sarebbe savio provvedimento determinare la misura delle spese obbligatorie—eliminandone alcune; impedire la partigianeria nella distribuzione delle imposte; riformare il sistema dei tributi locali, modificare la tassa di minuta vendita, alla quale nei comuni aperti sfuggono gli agiati colle compere all’ingrosso, abolire il dazio sulle farine, la tassa sulle bestie da trasporto e da lavoro, mantenendo quella sui bovini, abolire le quote minime del focatico e stabilire un maggior numero di categorie che rendano possibile la più equa graduazione dell’imposta stessa, che in sè è delle più democratiche, ordinare che non si possano sorpassare certi limiti nei dazî di consumo se non quando siano raggiunti gli estremi limiti nelle imposte dirette, invertendo il sistema vigente; distruggere, infine, come dice l’anonimo del Giornale degli economisti, «il vizio fondamentale del sistema finanziario locale che si riassume nel fare pagare prevalentemente le imposte ai meno abbienti e nel farle usufruire per servizi pubblici prevalentemente ai maggiori abbienti.» (Febbrajo 1894)[83].
Nel precedente capitolo si disse a che cosa è servita sinora e serve la nuova legge elettorale: è sicuro, che si avrà un enorme peggioramento nella compilazione delle liste elettorali, nelle quali finiranno col trovar posto solamente coloro, che preventivamente avranno ipotecato il loro voto.
IL REFERENDUM