Negli uffici il disegno di legge agraria venne combattuto fieramente alla quasi unanimità dai deputati siciliani,—e si vede da ciò ch’erano fedelmente rappresentati in quella Commissione privata di cui mi occupai precedentemente—e venne combattuto perchè ritenuto violento e rivoluzionario[87]. I socialisti invece—e in nome loro autorevolmente ha scritto il professore Salvioli nella Riforma Sociale (N. del 10 agosto 1884)—non lo trovarono di loro gradimento, «perchè in sostanza è conservatore, tendendo a diffondere quella proprietà fondiaria coltivatrice, pegli stessi lavoratori del suolo, la quale secondo la relazione che la procede è per lo Stato e per le civili istituzioni una più sicura garenzia di ordine e di stabilità.»
Io non esito a dichiarare che il principio del disegno di legge agraria Crispi era equo ed opportuno, era rispondente alle condizioni del momento, e sebbene combattuto ad un tempo dai socialisti e dai latifondisti—senza distinzione di colore politico—sarebbe riuscito bene accetto e giovevole ai contadini ed ai proletari. Nè ciò dicendo credo derogare alle teorie socialiste, che da anni sostengo, come in altro luogo e in altra occasione cercherò di dimostrare[88].
Se della legge agraria cennata accetto il principio informatore, non approvo però i particolari, molto meno posso dichiararmi soddisfatto dei mezzi proposti per creare la piccola proprietà rurale e promovere i miglioramenti agrarî.
INTORNO ALLA PROPRIETÀ COLLETTIVA
Inoltre non sono favorevole alla quotizzazione dei demanî comunali, e credo che sarebbe più utile e conveniente costituirli in proprietà collettiva o almeno farli servire ad esperimenti di cooperazione agraria.
Il nome e la cosa in fatto di proprietà collettiva oggi non dovrebbero più spaventare, dopo che un progetto di legge che mira a conseguire tale risultato venne presentato da deputati conservatori e timidamente liberali per i dominî dell’ex stato pontificio; progetto al quale promise il suo appoggio il ministro Boselli.[89] E queste proprietà collettive potrebbero e dovrebbero allargarsi, costituendo un vero campo di sperimentazione economico-sociale coll’adottare le misure proposte poco tempo fa dall’egregio avv. P. Di Fratta, segretario al Ministero di Grazia e Giustizia—nell’opuscolo sulla Socializzazione della terra.
IL PROGETTO CRISPI È SENZA SPERANZA
La cennata discussione della Regia Commissione sui contratti agrari e l’accoglienza fatta negli Uffici al disegno di legge Crispi lasciano poche illusioni sulla sorte dello stesso progetto qualora venisse ripresentato nella futura sessione: per farlo accettare dal Parlamento occorrerebbe una forte, direi quasi, minacciosa pressione della pubblica opinione e un ministero energico che sapesse rendersene interprete. E in tanto abuso di decreti reali, chi potrebbe protestare se ancora una violazione delle buone norme costituzionali si avesse a fin di bene per attuare qualche importante riforma economico-sociale? A cosa fatta—l’esperimento è stato ripetuto,—la Camera non ardirebbe negare la sua approvazione: tanta energia nessuno gliela suppone e potrebbe attingerla soltanto nel più sfrenato egoismo.
E POI SI SAPREBBE CONSERVARE?
Ma dato che si arrivi comunque allo spezzamento del latifondo e alla costituzione di numerosi piccoli proprietarî rurali, cura somma dello statista dovrebbe essere quella di saper conservare; poichè si sa che i piccoli proprietarî sorti dal censimento dei beni dell’asse ecclesiastico e dalla quotizzazione di alcuni demanî comunali sono nella massima parte scomparsi: i loro campicelli furono inghiottiti dall’antico latifondo limitrofo o servirono a costituire qualcuno nuovo.