E qui è opportuno ribattere qualche sofisma che le reminiscenze liberiste fanno spuntare anche in bocca di chi dal liberismo si mostra lontano, a dimostrare ancora che ciò che è avvenuto testè in Sicilia non è che un caso di una regola generale.

UNA STRANA AFFERMAZIONE

Il Cavalieri, che ripetutamente ha invocato il savio intervento dello Stato, a certo punto si ricorda di essere conservatore in politica e torna liberista in economia per dare ingiustamente addosso ai Fasci. Egli dopo avere osservato, che da Giorgio III in poi senza bisogno dei socialisti la legislazione inglese promosse molte radicali riforme agrarie esclama: «non c’è bisogno di stringersi in una setta (?), di ordire costanti macchinazioni (?), di ricorrere alla violenza per fare trionfare nuovi canoni di distribuzione della ricchezza, che se son giusti, faranno certo la loro strada da sè.» (p. 64)

Non avrei rilevata questa strana affermazione—che suona aperta contraddizione in bocca del Cavalieri—se essa non venisse ripetuta—in buona o in mala fede—da molti uomini politici, che vanno per la maggiore e dai loro giornali.

No! non è vero che i nuovi canoni di distribuzione della ricchezza, se giusti, faranno la loro strada da sè, nè importa se la parola socialisti e socialismo ai tempi di Giorgio III non esistevano: altri ne rappresentarono l’azione equivalente e le riforme furono la conseguenza delle agitazioni popolari e di una maggiore partecipazione dei lavoratori alla vita politica, come risulta dalla citata polemica tra il Prof. Luzzatti e l’avv. Bissolati, nonchè dal libro del Thorold Rogers sulla interpretazione economica della storia d’Inghilterra.

E le grandi riforme agrarie dell’Irlanda, che tra non guari saranno completate dall’Home rule, non si devono esclusivamente ad un secolo di lotte ed anche di violenze? Che cosa avrebbe ottenuto l’Isola senza gli agitatori, senza i Feniani, senza la Land League e forse anche senza il tremendo delitto di Phoenix Park?

Nulla! La giustizia non avrebbe trovato la strada da sè; e se la violenza gliel’aprì spesso, la responsabilità dei suoi possibili danni ricade intera sui governanti e sulle classi dirigenti, che vogliono tenerla sbarrata ad ogni costo e in tutti i modi.

Da tanti anni, per non dire secoli, si conoscono i mali della Sicilia; ma quali i rimedi efficaci sinceramente apportati? Nessuno! Ebbene i contadini di Piana, di Corleone e di cento altri siti unendosi in setta, ricorrendo alla violenza se si vuole, migliorarono salari e patti agrari, mentre l’inchiesta sulla Sicilia del 1875, l’inchiesta agraria, i libri di Caruso, di Sonnino, di Franchetti, di Basile, di Villari, ecc., gli articoli di Baer e di tanti altri non cavarono, da sè pur troppo! un ragno da un buco.

COSA AVVENNE SOPPRESSI I “FASCI„

E che cosa è avvenuto non appena soppressi i Fasci e impedita la loro e proficua agitazione? I miglioramenti ottenuti scompaiono e si torna all’antico colla antica miseria eccessiva dei lavoratori. E ciò che previdi sin dallo scorso gennaio in alcuni articoli e nella prima edizione di questo libro oggi viene riconfermato dall’agitazione che rinacque in Corleone, e altrove, appena tolto lo Stato d’assedio, e ch’è tanto giusta che provoca scoppi di sdegno anche nella più autorevole stampa ufficiosa, che se la prende colla improntitudine, colla slealtà e colla ingordigia dei grandi proprietari e che invece si dovrebbe scagliare contro il governo e contro il suo proconsole cicisbeo, che ai grandi proprietari hanno prestato mano forte e della cui iniquità si sono fatti strumento.