CAUSE DI ESAURIMENTO ECONOMICO
Se si vogliono rintracciare le cause di questo esaurimento l’impresa riesce agevole: si sono spesi molti miliardi in armamenti senza riuscire a dare all’Italia un esercito ed una flotta corrispondente ai sacrifizî fatti, come dichiarò l’on. Crispi in uno dei suoi scatti di sincerità; si sono sperperati tanti altri miliardi, in soverchi lavori pubblici ed autorizzando i più gravi sospetti di corruzione, per non dire di furti ingenti, come risulta dai discorsi e dalla relazione sui lavori pubblici pel bilancio 1894-95 dell’onorevole Brunicardi, da una relazione dell’on. Carmine, da una interrogazione dell’on. De Bernardis e dagli stessi discorsi dell’on. Saracco ministro dei lavori pubblici; si può infine garentire in generale che il tenore di vita dello Stato, delle Province, dei Comuni, dei privati adottato e sviluppato dal 1860 in qua non è stato e non è menomamente proporzionato allo incremento della ricchezza; d’onde un disquilibrio nel bilancio della nazione e dello stato tra le entrate e le spese; e gli sforzi persistenti, direi quasi feroci del secondo per provvedere a sè premendo con tutta la sua forza sulla seconda ed assorbendone rapacemente tutte le risorse sino alla usurpazione del necessario.
CHE COSA DICONO I CONFRONTI STATISTICI
I confronti statistici tra le nostre condizioni economiche e quelle degli altri Stati ci dicono perchè da noi il risentimento e il malumore sono più vivi che altrove e più vicino, anzi imminente, sembri uno scoppio, e i confronti statistici tra i bilanci europei ci somministrano del pari la ragione per cui risentimento e malumore in Italia a preferenza si acuiscono contro il governo, anzichè indurre come in altri paesi alla rassegnazione, considerando le sofferenze come circostanze fatali di cui non si potrebbe facilmente assegnare la responsabilità a chicchessia[94].
CONSEGUENZE INESORABILI
Le conseguenze di siffatte premesse sono chiare, inesorabili: bisogna mutare l’indirizzo nella cosa pubblica non solo rispetto alla Sicilia, ma relativamente all’Italia tutta, bisogna mutare la politica doganale, la politica tributaria, la politica africana, la politica militare, e la politica estera, che su tutte le altre preme e sopratutto si percote sulla politica interna. La necessità di mutare s’impone, perchè come dice l’on. E. Giampetro: «oramai il dilemma sembra messo nettamente: o un governo avrà il coraggio di trasformare radicalmente tutto ciò che sinora si è fatto, o il paese farà da sè una completa demolizione di tutto ciò che in politica esiste.» (L’Italia al bivio, Roma 1894)
ANALOGIE CO’ CASI DI FRANCIA
I segni precursori di questa demolizione che principia non mancano e presentano una grande analogia con quelli che nel secolo scorso precedettero lo scoppio tremendo della rivoluzione francese.
Si legga l’Ancièn règime di Tocqueville e di Taine e si vedrà che in Francia prima del 1789 come in Napoli, nelle Puglie, in Sicilia nel 1893 e nel 1894 si sente che c’è un popolo in rivoluzione latente, che aspetta l’occasione per irrompere; che questo popolo manca ancora di organizzazione e di capi, non avendo più fiducia in quelli che hanno l’autorità legale. Anche allora si gridava: «Pane, non tasse non cannoni!» ch’è il grido del bisogno, dice Taine, e il bisogno esasperato irrompe e va avanti come un animale inferocito. E i magazzini scassinati, i convogli di cereali arrestati, i mercati saccheggiati.—E si grida: abbasso l’ufficio del dazio! E le barriere sono infrante, gl’impiegati vinti e scacciati.... E si danno al fuoco i registri delle imposte, i libri dei conti, gli archivi dei comuni... e si fa tutto al grido di Viva il Re!»[95]