La scena descritta dal Taine per Bignolles e per altri siti non sembra la fotografia di ciò che è avvenuto a Valguarnera, a Partinico, a Monreale, a Castelvetrano, a Ruvo, a Corato? Eppure i contadini di Sicilia e di Puglia non sanno e non conoscono cosa sia la rivoluzione francese, i cui preludi imitano e ripetono.
Non basta ancora; l’analogia continua più grande che mai sulle cause che accelerano la catastrofe in Francia e che potranno accelerarla adesso in Italia. Si disse dei gravissimi imbarazzi in cui si dibatte il nostro paese e Gomel ha messo stupendamente in evidenza le cause finanziarie della rivoluzione Francese.
Qualche piccola inversione nell’ordine degli avvenimenti vi potrebbe essere; quando Joly de Fleury si decise all’aumento delle imposte i Parlamenti di Francia protestarono e invocarono la riunione degli Stati Generali. Noi non abbiamo assemblee che per la storia si rassomiglino ai Parlamenti francesi, ma abbiamo una Camera dei Deputati, che dovrebbe equivalere agli Stati Generali, che sotto l’incubo dello scioglimento ha approvato le imposte proposte dall’on. Sonnino, e che potrà essere disciolta se non farà quell’ultimo sforzo che si chiama ultimo per ischerzo, ma ch’è sempre seguito dalla domanda di un altro.
SI ASCOLTEREBBE IN ITALIA UN TURGOT?
Chi può garentire che in Italia non si cominci da uno scioglimento mentre in Francia si cominciò da una convocazione? E qualche altra differenza ci sarebbe ancora nei protagonisti del prologo. L’Italia da alcuni anni ha visti i Maurepas, i Vergennes, i Calonne, i Brienne, i Joly de Fleury ed anche i D’Ormesson; l’Italia potrà anche trovare il suo Necker; ma in tanta decadenza indarno cerca un Turgot! Dov’è il ministro che dica coraggiosamente al Re ch’è impossibile ogni ulteriore accrescimento delle imposte; che prestiti non se ne possono fare più; che la salvezza è nelle economie e nelle riforme?
E tutto ciò disse Turgot al buon Luigi XVI; ma non fu ascoltato!
Lo sarebbe adesso in Italia?
Nessuno può dirlo; ma tutti devono riconoscere che gli avvenimenti incalzano e che la scintilla partita dalla Sicilia, che nell’arte, nella coltura, nella organizzazione sociale, in tutto, si trova—come direbbe Giuseppe Ferrari—in ritardo di fronte alle fasi di sviluppo percorse dalla Francia e da altre regioni dell’alta Italia, che sentirono l’alito della rivoluzione francese; quella scintilla, ove non si provveda in tempo, potrà, varcando lo stretto, far divampare l’incendio nel resto d’Italia.
UN VOTO ARDENTE
Comunque, se insipienza di uomini di governo o fatalità di cose vorranno che gli avvenimenti non abbiano quel corso pacifico ed evolutivo, che dev’essere vagheggiato da quanti conoscono i danni e gli orrori delle cruente rivoluzioni, io faccio voti ardenti pel bene del mio paese che il grido: «morti a li cappedda» non possa acquistare quella triste celebrità che al di là delle Alpi acquistò il grido: «les aristocrates à la lanterne!»