«Ne’ piccoli e medî comuni, ci sono gruppi di preti, professionisti, operai, dati a questo e a quel signore. E i partiti non sono formati che da questi nuclei aderenti a un paio di signorotti sempre nemici per antichi odî, o per spirito di supremazia, o per libidine di potere e di prepotere su tutti, e specialmente sul bilancio comunale.

«Le oligarchie organizzate, sono, è vero, meno violenti e feroci di quelle da cui direttamente promanano (le feudali) ma sin dove possono giungere, ne hanno l’audacia e le pretese.

«E per sostenersi ricorrono a tutti i mezzi.

«Della legge e della legalità hanno un concetto esclusivamente unilaterale; le riconoscono e vi ricorrono solo in quanto sanzionano il loro potere; per tutto il resto, o non esistono, o si possono violare impunemente.»

I maggiorenti, divisi ed organizzati in partiti che non hanno ragione politica, ma bensì di astî e rancori personali, sono pienamente d’accordo;—presso a poco come Carlo V. e Francesco I. che volevano entrambi la stessa cosa: il ducato di Milano—onde alternandosi al potere, si imitano, si ripetono e nei procedimenti, e nei criteri amministrativi e nelle vendette sui vinti avversarî, e nell’imporre sempre le spese ad essi ed ai lavoratori in generale.

SOPRAFFAZIONE DI CLASSE

Le amministrazioni comunali e provinciali d’Italia e particolarmente della Sicilia somministrano le prove più evidenti della sopraffazione di una classe a danno di un’altra, dei favoritismi, delle camorre, delle opere irrisoriamente dette pubbliche, ma che servono a benefizio di pochi, delle imposte fatte pagare di preferenza ai contribuenti appartenenti al partito vinto, delle imposte che gravano maggiormente sui consumi necessarî e sulle classi meno agiate e il cui prodotto serve per il teatro, per i ginnasî, per le passeggiate, per i giardini pubblici, per tutto ciò che diverte o giova ai ricchi o ai meno disagiati.

Di queste spese e di queste imposte mi sono lungamente occupato in un libro pubblicato nel 1882[24] alla vigilia delle elezioni politiche generali; e pur troppo le critiche aspre enunziate allora a carico delle amministrazioni municipali si dovrebbero oggi inasprire di più; e pur troppo le riforme invocate allora sono tuttavia un desiderio!

Allora deplorai che Palermo e Messina discutessero invano per provvedersi dell’elemento più indispensabile alla vita, l’acqua; deplorai che si spendessero milioni e milioni per un Teatro Massimo, che difficilmente,—se si riuscirà a compirlo—si potrà riempire di spettatori; deplorai, che si spendesse poco e male per la istruzione popolare; deplorai che si spendesse poco e male per tutti gli istituti pii, che servono pei poveri e per gli inabili al lavoro; deplorai che si rubasse nello spendere e che si qualificassero come opere pubbliche quelle che sono di semplice interesse privato; deplorai infine che il dazio di consumo, il focatico e la tassa sugli animali costituissero la principale risorsa economica dei Comuni; e deplorai che la tutela esercitata dal governo riuscisse impotente ad impedire il male ed efficace, invece, per aggravarlo, pur di servire al capriccio, al comodo dei beniamini, dei protetti, dei grandi elettori, dei deputati.

Dopo pochi anni si levò la voce dell’Alongi che la vita locale conosce anche perchè è stato più volte Regio Commissario straordinario presso diversi municipî: