Su questo proposito, infine, c’è la testimonianza più decisiva, e più autorevole, più recente: quella del Generale Corsi, che giudica «veramente gravissime le imposte nella massima parte dei Comuni, specialmente sui generi di prima necessità, sulle farine sopratutto, e ripartite in modo così ingiusto, così empio, che pesavano molto più sul povero che sul ricco. E molti comuni sprecavano denaro in ispese di nessuna o problematica utilità pubblica, a vantaggio dei signori, a beneficio dei bene affetti e fautori della fazione predominante... (p. 369).»
La gravità di questi dati e delle accuse che essi autorizzano a muovere contro le classi dirigenti, le quali spadroneggiano nei municipî, preoccupò i grandi proprietarî della sala Ragona; i quali cercarono di difendersi, osservando che «il fenomeno doloroso dell’altissima quota di dazio di consumo comunale che si paga in Sicilia è determinato dal fatto che la classe rurale siciliana risiede nelle città e borgate soggiacenti al dazio di consumo, mentre nelle altre regioni d’Italia vive disseminata nelle campagne.»
LA SPEREQUAZIONE TRA LE IMPOSTE
La giustificazione in parte è accettabile; e si può dire eziandio, che la legge stessa sui tributi locali favorisce la proprietà fondiaria cogli ostacoli, che mette alla facoltà di sovraimporre; ma rimane sempre,—a spiegare il largo e giusto risentimento dei proletarî,—il fatto stesso della esistente sperequazione tra imposte dirette e indirette, a danno loro, (e che essi ignari di leggi e di demografia non riescono a giustificare), non che la circostanza che colle stesse leggi e cogli stessi ostacoli a sovrimporre sulla imposta fondiaria in Piemonte, in Lombardia e nel Veneto i proprietarî riescono a pagare tre e quattro volte di più che in Sicilia. È innegabilmente maggiore l’equità tributaria nell’Alta Italia, che in Sicilia e in molte altre contrade del mezzogiorno, e specialmente nella Campania.
Questa iniquità nella distribuzione e nella qualità dei tributi ebbe a deplorarsi vivamente sotto l’Ancien régime in Francia, dove produsse gli stessi effetti che in Sicilia. In un vecchio opuscolo intitolato: Abrégé de l’histoire des taxes en France pubblicato nel 1694 sotto il regno di Luigi XIV si parla e dei favori accordati agli amici nella applicazione della taglia, e delle ingiustizie che si commettevano a danno dell’ingegno e del lavoro ed a benefizio della proprietà e del capitale. Nella Decima regale del grande Vauban vengono illustrati gli stessi favori e le stesse ingiustizie che tanto contribuirono più tardi a fare sollevare un popolo, che era stato ritenuto taillable et corveable à la merci dei signori!
CHE OSSERVATORI PROFONDI!
I disgraziati difensori del governo e i disonesti giudici dei moti siciliani del 1893 e 1894 hanno osservato: «o perchè le minoranze e i lavoratori non si agitavano, non esercitavano i loro diritti, non reagivano nelle vie legali contro le prepotenze e le iniquità delle amministrazioni locali?»
Non lo potevano: la frode, la corruzione, la violenza nella compilazione delle liste, nelle votazioni, in tutto, assicuravano il trionfo di chi sapeva asservirsi al governo o al deputato, i quali ogni loro opera spendevano a proteggere i vincitori, che spesso erano la minoranza reale. Il voto e la legalità da trent’anni si chiariscono impotenti a ottenere qualcosa, a correggere.
NOTE:
[24] N. Colajanni: Le istituzioni municipali. Un vol. di 334 pag. L. 3—presso Remo Sandron—Palermo.