«Quel che trovammo nel 1860, dura tuttora. La Sicilia lasciata a sè troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari e ce ne assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione, e l’immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione. Ma noi, italiani delle altre provincie, impediamo che tutto ciò avvenga, abbiamo legalizzato l’oppressione esistente; ed assicuriamo l’impunità all’oppressore.»

«Nelle società moderne ogni tirannia della legalità è contenuta dal timore di una reazione all’infuori delle vie legali. Orbene, in Sicilia, colle nostre istituzioni, modellate spesso sopra un formalismo liberale anzichè informate ad un vero spirito di libertà, noi abbiamo fornito un mezzo alla classe opprimente per meglio rivestire di forme legali l’oppressione di fatto che già prima esisteva, coll’accaparrarsi tutti i poteri mediante l’uso e l’abuso della forza, che tutta era ed è in mano sua; ed ora le prestiamo mano forte per assicurarla che, a qualunque eccesso spinga la sua oppressione, noi non permetteremo alcuna specie di reazione illegale, mentre di reazione legale non ve ne può essere, poichè la legalità l’ha in mano la classe che domina.»

Queste parole dell’attuale ministro del tesoro gli devono essere continuamente ricordate, perchè riassumono in modo mirabile l’azione sociale esercitata dal governo italiano in Sicilia; azione veramente perniciosa! Tenterà egli di cancellarla ora che è al potere?

Ciò che fu scritto nel 1875 da chi ora è ministro del Regno d’Italia è perfettamente adatto a dare una idea delle condizioni odierne dell’isola coll’aggravamento delle varie crisi—enologica, agrumaria, mineraria ecc.

E per chi sa leggere e comprendere troverà la conferma del serio giudizio nella inchiesta fatta da Adolfo Rossi per conto del giornale La Tribuna[36].

I NOSTRI LAVORATORI

Proprio alla vigilia dei tumulti nel novembre scorso, da Palermo in un rapporto ufficiale si scriveva al governo di Roma che aveva occhi per non vedere e orecchie per non sentire: «Qui i nostri frugali lavoratori soffrono la fame, non hanno desiderî disordinati, non bramano la fortuna altrui, non sentono l’odio di classe[37], ma vogliono lavoro e pane, solamente per vivere; chè d’altro ad essi non cale.»

«Chi voglia far credere che questi operai abbiano degli ideali politici non dice la verità e s’inganna. Ma questi ideali potranno entrare nella loro mente, avvivati dagli effetti morbosi del digiuno; ed allora, guai se fuori l’ordine vedranno gli ultimi segni della loro speranza, chè in quel caso neppure le repressioni sanguinose varranno ad arrestare la china del loro incosciente furore».

«Il Governo che vuole sempre il suo dai dazi di consumo, non ha avuto mai cura di temperare le esigenze dei Comuni, i quali imitando altri esempî di spreco, anche per sollecitudini non necessarie, nè proprie, i loro mezzi domandano al consumo delle più umili ed universali derrate e tanto ne traggono, da renderle o difficili o impossibili a quelli che unicamente se ne sostentano con una frugalità, che fa ammirazione e paura.»

«In alcuni Comuni di questa circoscrizione, dal pane che la rivoluzione aveva redento dalla grave ed odiata tassa del macinato, si traggono quasi dieci centesimi il chilogramma, e questa tassa, che dà milioni, neppur provvede ai bisogni della popolare igiene, ma si distrae in godimenti voluttuarî ai quali le classi lavoratrici non prendono parte.»