Milocca e Racalmuto nella cronaca della provocazione occupano un posto assai importante per l’indole dei fatti che vi si svolsero, in parte alla mia presenza, e pel suggello che ebbero dalla magistratura: suggello che elimina il sospetto di partigiana ed interessata esagerazione. A Milocca, a Sutera, ad Acquaviva, a Campofranco, zona esclusivamente agricola della provincia di Caltanissetta, i contadini si erano riuniti in Fasci. Le autorità e i maggiorenti fecero di tutto per farli sciogliere: più volte ne violarono il domicilio, ne minacciarono i membri, ne arrestarono i capi coi pretesti più futili; li processarono e nei processi furon assolti o per inesistenza di reato o per mancanza di prove.

I contadini tennero duro, specialmente a Milocca dove colla loro unione costrinsero quasi tutti i proprietarî a concedere più equi contratti agrarî. I proprietarî toccati nell’interesse se la legarono al dito e si proposero di riprendere con mezzi scellerati ciò ch’erano stati costretti a concedere colle vie legali—coll’applicazione più schietta della famosa libertà del contratto.

Un brutto giorno dell’ottobre si va a denunziare al brigadiere dei carabinieri un curioso reato: un mucchio di concime, il cui valore non arrivava alle L. 20, di proprietà di un certo Cipolla, era stato sparso nelle sue stesse terre. Si premetta che il Cipolla era stato tra i pochi proprietarî di terre a Milocca—viveva altrove—che non era venuto a patti coi contadini del Fascio; chi poteva, dunque, commettere quel grave reato per vendicarsi del proprietario renitente?

Il Fascio! In forza di questa strana logica le autorità procedono all’arresto del Cannella, Presidente e di tutto il Consiglio direttivo del sodalizio e li sottomettono a processo per associazione a delinquere... E si parla misteriosamente di liste di proscrizione rinvenute presso i socî del Fascio, di pugnali, di formule terribili di giuramento, di preparate spartizioni di terre....

UN’INSURREZIONE FEMMINILE

Le donne di quell’ameno villaggio, le quali non sono meno gagliarde degli uomini, indignate di quella che a loro sembrava infame prepotenza, insorgono in numero di 500, assaltano la caserma dei carabinieri, ne sfondano le porte e liberano i cinque arrestati della vigilia. Non un solo uomo si unì alle donne; e di fronte a questo esercito infuriato, ma inerme, i carabinieri non ebbero cuore di far fuoco e perciò non si deplorarono morti o feriti. Delle intenzioni delle donne, che non si seppero rassegnare a vedere arrestati ingiustamente i mariti e i figli se ne ha la prova in questa circostanza: ebbre di gioia per la liberazione dei prigionieri, s’impadronirono delle armi dei carabinieri, non per adoperarle, ma per condurle in trionfo; e in trionfo condussero sulle loro braccia, baciandolo in volto, un carabiniere che si era mostrato più umano e pietoso verso di loro.

Quando il De Rosa, degno strumento di qualsiasi governo ferocemente reazionario, seppe in Caltanissetta della terribile rivolta femminile, mandò sul luogo truppa, carabinieri, delegati e giudici. Si sparge in un baleno la notizia della imminente repressione: gli uomini a cavallo e armati di fucili prendono il largo decisi a vendere cara la loro libertà. Le autorità arrestano a casaccio sette uomini e trentadue donne, che traducono ammanettate—alcune gestanti, altre coi loro bimbi lattanti sulle braccia!—nelle carceri di Mussomeli.

OPERA PACIFICATRICE

Il Cannella, Presidente del Fascio, intelligente ed energico quanto mai, vide tutta la desolazione dello abbandono delle case e tutto il pericolo di tanti uomini armati e risoluti, che avevano preso la campagna e conscio com’era della loro innocenza li consigliò a ridursi nel villaggio. Non fu ascoltato, perchè gli altri contadini volevano la promessa di qualcuno il quale avesse potuto difenderli all’occorrenza, che non sarebbero stati arrestati rientrando pacificamente nelle rispettive abitazioni. Pensarono che quella persona potevo essere io onde il Cannella accompagnato da altri tre venne in Castrogiovanni ad invitarmi perchè andassi a Milocca. Accettai e insieme al sig. E. Fontanazza, al signor Castiglione e al sig. Garofalo, Presidenti dei Fasci di Castrogiovanni, di Grotte e di Siculiana, riuscii ad indurre i contadini, che a schiere si presentarono a me lungo la via da Grotte al villaggio, a rientrare nelle loro case e persuasi anche i liberati del giorno innanzi a costituirsi alle carceri. L’opera mia e dei miei amici e del Presidente del Fascio di Milocca fu da veri uomini di ordine, che mostravano fede nella magistratura; e ad onor del vero devo confessare, che in questa occasione essa meritò la fiducia.

BRUTALITÀ CAPRICCIOSA DI DUE CARABINIERI