Eravamo al 1º Novembre, giorno dei Morti, che si rispetta dai contadini e dagli zolfatari coll’astensione dal lavoro e ripartimmo nel meriggio da Milocca per Grotte per riprendere il treno, che doveva restituirci alle nostre case. I contadini di Milocca in massa, con l’avv. Vella presidente del Fascio di Racalmuto, ci accompagnano sino a mezza strada; dove per fare più presto ed arrivare in tempo a non mancare il treno si mutò itinerario ed invece che a Grotte c’indirizzammo a Racalmuto. Qualcuno per iscorciatoie scabrose, ci precorse ed avvisò la cittadinanza del nostro imminente arrivo; una imponente dimostrazione fu improvvisata che ci venne incontro preceduta del rosso gonfalone e dalla fanfara del Fascio, e, percorso tranquillamente il paese per lungo e per largo, ci accompagnò alla stazione. Non un grido sovversivo fu emesso, non il menomo disordine fu deplorato, come poscia unanimemente deposero innanzi al Tribunale di Girgenti gl’impiegati ferroviarî e parecchi altri cittadini nè radicali nè socialisti; eppure nel momento in cui arriva il treno e ci scambiavamo affettuose strette di mano, senza intimazione, senza avvisi, senza il benchè menomo pretesto, un carabiniere ed un maresciallo si scagliano all’improvviso sul portabandiera e gli strappano il gonfalone. Il popolo sbalordito e indeciso per un istante, reagisce, riprende lo stendardo ch’è fatto in mille pezzi, mentre i carabinieri impugnano le rivoltelle e sono trattenuti dal tirare da molte braccia di nerboruti lavoratori.

Il maresciallo mira su di me replicatamente e mi costringe a gettarmi nella mischia per legittima difesa e per contribuire a disarmare quei due forsennati. Riusciamo nell’intento e si restituiscono le rivoltelle al carabiniere e al maresciallo entro la stanza del capo stazione dopo avere ottenuto promessa formale che non le avrebbero più adoperate; raccomando calorosamente ai lavoratori di sciogliersi e di evitare ogni possibile pretesto a nuovi abusi della forza, e ripartiamo.

Perchè si comprenda quanta sia stata la capricciosa brutalità dei due carabinieri che mostrarono un coraggio grandissimo, malamente speso, devo aggiungere che il gonfalone rosso non solo era stato portato liberamente per le strade in quella occasione e in cento altre in tutta la provincia, ma che poche ore dopo un’altra dimostrazione ci venne incontro a Canicattì, preceduta dal gonfalone rosso del Fascio alla presenza dei carabinieri e del delegato di pubblica sicurezza, senza che le autorità avessero fatto la benchè menoma osservazione.

OTTANTA VITTIME D’UNA PROVOCAZIONE

Ciò che avvenne in Racalmuto la notte successiva—proprio durante la notte!—per opera del delegato—che si era vilmente ecclissato durante il tafferuglio—e dei carabinieri, ricorda i fasti peggiori della polizia austriaca e borbonica. Ma non è mio intendimento narrarli quali elementi comprovanti la provocazione; questa in tutta la sua brutalità risulta dal seguente dato: per un mucchio di concime non rubato, ma sparso nelle terre del padrone si arrestano cinque cittadini sotto l’accusa di associazione a delinquere; questo arresto determina la sollevazione delle donne di Milocca seguita dall’arresto di altri 39 individui, tra i quali 32 donne, coi loro bambini; e quest’altro fatto alla sua volta genera il tafferuglio di Racalmuto che dette luogo ad un’altra quarantina di arresti. Si vuol sapere ciò che c’era di vero nel reato primitivo, che costò la prigione da quattro ad otto mesi ad ottanta cittadini del regno? Il tribunale di Caltanissetta—che va lodato per parecchie oneste sentenze emesse anche durante lo stato di assedio, tra le quali quella cui mi riferisco qui—mandò assolti i malfattori perchè il Pubblico ministero all’udienza e in seguito alle risultanze del processo orale ritirò l’accusa per inesistenza di reato. E lo stesso brigadiere dei carabinieri confessò che lo spargimento del concime fu denunziato dai proprietarî, senza che fosse avvenuto, nello intendimento di nuocere ai capi del Fascio e di sbarazzarsene facendoli arrestare! Non si ha ragione, dunque, di esclamare che questa prodezza degli agenti del Prefetto De Rosa costituisce la più enorme e imprudente provocazione?

Io che a Milocca mi ero informato della verità con una rapida inchiesta, interrogando il delegato del sindaco di Sutera—cui è aggregato Milocca—il brigadiere dei carabinieri e il luogotenente che comandava il distaccamento di fanteria, indignato scrissi e telegrafai in quella occasione alla Tribuna, che l’on. Giolitti in Sicilia faceva più male della banda maurina.

QUARANTOTTO VITTIME D’UNA CALUNNIOSA DENUNZIA

A Gibellina pigliando pretesto da una pacifica dimostrazione, il delegato entrò violentemente nella società agricola, e ne scacciò i soci, arrestandone alcuni; furono strappate violentemente le bandiere e furono sparati diversi colpi in aria dai carabinieri. L’intromissione di alcuni influenti cittadini del luogo e dell’avv. Scaminaci di Santa Margherita evitò scene di sangue, che, date le provocazioni e le violenze della forza pubblica, sembravano imminenti; il delegato ebbe salva la vita per uno stratagemma dello Scaminaci, il quale—sempre in punizione dell’opera pacificatrice—dopo qualche giorno, allo arrivo della forza, venne arrestato, ammanettato, tradotto nelle carceri di Trapani, processato e condannato. Si noti: oltre lo Scaminaci, ben quarantotto persone furono arrestate e processate dietro una calunniosa denunzia del funzionante da Sindaco; ma vennero tutte assolte dal Tribunale e la condotta del denunziatore venne severamente stigmatizzata dal Regio Procuratore. A Gibellina non c’era Fascio dei Lavoratori: ma si costituì subito come reazione contro la condotta dell’autorità di pubblica sicurezza e vi s’inscrissero tutti gli uomini validi. Ivi erano vivissime le gare amministrative. I fatti di novembre lasciarono una profonda agitazione ch’ebbe più tardi un sanguinoso epilogo.

LO STATUTO MUTATO IN TRANELLO

Le provocazioni e i fatti analoghi furono a centinaia ed ebbero sempre risultati identici. Dal gennaio 1893 al gennajo 1894 le dimostrazioni pacifiche, gli scioperi legali si seguono e si ripetono in ogni angolo dell’isola e si alternano e provocano violenze e abusi della polizia; e non di rado queste violenze e questi abusi precedono e provocano le dimostrazioni, che in molti punti si ripetono e si alternano con quelle provocate dall’esorbitare dei dazî comunali. L’esercizio dei diritti consentiti dallo Statuto parve tramutato in un tranello teso alla buona fede dei cittadini che finiva sempre colla violazione di tutte le leggi da parte delle autorità. Gli arbitrî e le violenze sono di ogni genere e vengono perpetrati nei momenti acuti e in quelli di calma col proposito deliberato di scompaginare e dissolvere quelle forze popolari che per la prima volta si erano seriamente organizzate in Sicilia, col fine di conseguire il proprio miglioramento economico.