LE VIOLENZE DELLA POLIZIA
E la polizia strappa le bandiere, abbatte porte e finestre per violare il domicilio dei Fasci e dei singoli soci, li arresta, li processa, li ammonisce, li manda a domicilio coatto. Questa stessa polizia—forte delle sue pessime tradizioni, della impunità ed anche degli incoraggiamenti dei poteri superiori—sin dal primo accenno al moto sociale dei Fasci mostrò aperta la intenzione di avversarlo in tutti i modi. Esplicazione generale di questa intenzione furono innumerevoli ed arbitrarie perquisizioni domiciliari, inviti altrettanto arbitrarî a cittadini egregi di portarsi in questura o negli uffici della pubblica sicurezza per sentire consigli non richiesti e intemerate villane; contravvenzioni continuate, legali forse, perchè la reazionaria legge di pubblica sicurezza somministra il pretesto per renderle sempre angariche ed odiose; ritiri capricciosi di licenze di minuta vendita; partigiane denegazioni del permesso di portare armi, anche a chi per proprio ufficio non può farne a meno; richieste insistenti e tentativi per avere gli elenchi dei soci dei Fasci, per intraprendere il minuto lavorio di disgregamento mercè le lusinghe, le promesse, le minacce, tra le quali quella efficacissima e terribile dell’ammonizione.[42]
I RISULTATI
I risultati di questi procedimenti sono dappertutto uguali e di doppio ordine: da un lato la gagliarda fibra isolana, reagisce, come sempre, e rende simpatici i Fasci anche a coloro che primitivamente li avversavano, li fa moltiplicare e consolidare; dall’altro le notizie di tante prodezze poliziesche si sparge dappertutto e distrugge l’ultimo avanzo di fiducia che si aveva nelle autorità, infondendo in tutti la convinzione che era vano sperare giustizia da coloro ch’erano preposti a renderla[43].
E quando la magistratura rendeva i suoi verdetti questi non servivano che a rinforzare l’abborrimento contro il governo, le cui male arti erano state bollate dalle autorità competenti. Furono infatti numerose le assoluzioni in particolare presso i tribunali penali di Caltanissetta, di Girgenti, di Trapani, di Palermo ecc., nei tanti processi capricciosamente promossi dalla polizia (Milocca, Acquaviva, Gibellina, Siculiana, Piana dei Greci ecc. ecc.), tanto che il Generale Corsi malinconicamente osserva:
«Col Codice penale alla mano (?), le autorità politiche facevano arrestare gl’istigatori allo sciopero o i colpevoli delle violenze che avvenivano; ma in base allo stesso Codice ed a criterî, come dicono, o ragioni di giustizia od altre, che non istarò ad esaminare, i Tribunali ne mandavano la maggior parte colla piena assoluzione o colla dichiarazione del non farsi luogo a procedere. E questi se ne tornavano al loro paese a ridere in faccia a chi si era preso l’incomodo di arrestarli.» (Sicilia, p. 334).
Chiunque conosce un po’ da vicino la nostra magistratura sa che se una colpa grave le si può rimproverare è la soverchia deferenza, se non voglia chiamarsi abbietto servilismo, verso le autorità politiche; se essa assolveva, adunque, è segno certo che il diritto era palesamente dal lato dei cittadini e che non era possibile salvare i rappresentanti del governo dal biasimo, che su loro ricadeva da quelle sentenze assolutorie.
DUREZZA DELLE CLASSI DIRIGENTI
L’opera nefasta del governo centrale e dei suoi rappresentanti locali venne compiuta ed aggravata dalle classi dirigenti. «I possidenti—dice il generale Corsi—stettero duri al loro interesse e lo vollero intatto nella loro pienezza, come lo intendono loro, cioè col maggiore possibile profitto per essi, conservando ciò che è, respingendo le novazioni... I possidenti e gli affittatori avevano visto avvicinarsi la procella, ne avevano presentito gli effetti. In quelle situazioni in cui si trovavano per consuetudine antica di fronte ai lavoratori, più che sorpresi o stupiti, n’erano stati impauriti o irritati...» Un accordo avrebbe potuto e dovuto tentarsi; «ma le difficoltà da una parte e dall’altra avevano troppo profonde radici: lo stacco era troppo grande e durava da tempi immemorabili; e da un lato vi era odio, dall’altro paura. I signori dunque credettero del loro interesse e della loro dignità di non dipartirsi dallo antico costume, divenuto connaturale in loro: stettero fermi o si ritrassero o fecero appena un piccolo passo avanti secondo i luoghi, secondo gli umori, e, direttamente o per mezzo dei loro accoliti, accesero la stampa, assediarono i Prefetti, gridando minacciato gravissimamente l’ordine pubblico, peggiorate enormemente le condizioni della pubblica sicurezza, dando per flagrante tutto il male possibile, e chiedendo, come l’affamato il pane, carabinieri e soldati. A conto fatto, non sarebbe bastato tutto l’esercito italiano—nel periodo della forza minima—per rassicurarli tutti. Molti municipî erano a capo di questa che dobbiamo dire reazione, quelli, s’intende, nei quali prevalevano i proprietarî.» (Sicilia, p. 328, 331, 332).