Ricomincia a Giardinello. Giardinello è un piccolo paese di 800 abitanti. Sul conto dell’amministrazione comunale e del sindaco Caruso le più contraddittorie notizie corsero. Io sento il dovere di dire che persona degna di fede a me assicurò che il Caruso amministrasse paternamente; ed egli stesso in una lettera al Direttore della Tribuna si scagionò con apparenza di verità di molte accuse lanciate contro di lui.
D’altra parte persona non sospetta di tenerezze per la causa dei lavoratori rivelò allo stesso corrispondente della Tribuna che il municipio di Giardinello era una vera e propria Marcita,—termine lombardo adoperato dall’interlocutore—un feudo del Sindaco. Il Fascio, presieduto dal sig. Piazza, aveva chiesto da tempo delle riduzioni di tasse: sul focatico, sulle vetture, sui dazî di consumo; il sindaco aveva promesso di provvedere almeno in parte, ma invece nei nuovi ruoli vi fu maggior rigore e minore equità che nei primi.
La stessa lettera del Sindaco, del resto, suggerisce al temperatissimo Cavalieri osservazioni che suonano biasimo aperto pei criterî amministrativi che si seguono in Sicilia e che vengono addotti a difesa propria dal Sindaco di Giardinello (I Fasci ecc., pagine 30 e 31). Quali che siano le ragioni dell’una parte e dell’altra, la catastrofe, che ne seguì e che commosse l’Italia rimane ingiustificabile ed è tuttora inesplicata.
I TUMULTI DI GIARDINELLO
Il giorno 10 dicembre, domenica, all’uscire dalla messa, nella piazza della chiesa si formò una dimostrazione al grido: Abbasso le tasse e il Municipio, quindi alcuni socî del Fascio andarono dal sindaco per cercare di comporre la faccenda e lo trovarono dinanzi la porta di casa sua; alla richiesta dei dimostranti egli rispose che non ci avevo colpa, che se ne lavava le mani, che la colpa era tutta dei consiglieri e che potevano fare il diavolo a quattro, lui non si sarebbe disturbato per questo.
E dopo avere così consigliato la calma ed evitato un grave pericolo, il sindaco montò le scale che conducevano nel suo studio, e vi rimase lungamente. I dimostranti seguitavano a gridare sotto i balconi del sindaco, il quale a calmare gli spiriti bollenti applicò loro una cura idroterapica buttando molta acqua e fresca su tutte quelle teste riscaldate.
L’effetto della cura fu immediato: la folla non si ribella al brutale trattamento e corre invece—trascinata certo da qualche mestatore—al palazzo municipale, dove, eccitata certo da chi aveva interesse che documenti compromettenti fossero distrutti, comincia la devastazione, l’incendio; e tutti gli armadi, le sedie, i registri sono posti l’uno su l’altro e le fiamme avide, distruggono ogni cosa.
Dopo, i tumultuanti continuarono a percorrere le vie del paese seguendo una donna che portava in alto il ritratto del Re e della Regina.
Appena cominciati i primi disordini, un carabiniere partì per Montelepre a chiamare dei rinforzi ed è falso che contro costui siano stati tirati quattro colpi di fucile andati a vuoto.
Conosciutasi la notizia a Montelepre partivano 5 o 6 carabinieri e 22 bersaglieri comandati dal sottotenente Cimino, alla volta di Giardinello e quivi giunti si disposero a traverso la strada principale tra la casa del sindaco e il Municipio.