L’ECCIDIO

La folla impavida, forte forse del talismano che portava, andò incontro ai soldati sempre con lo stesso grido: abbasso le tasse,...... Il sottotenente tenta invano di calmare i dimostranti i quali per l’avanzarsi di quelli che stavan dietro minacciavano di rompere il cordone della truppa.—Fu allora che il sottotenente esclamò: «Allontanatevi o sarò costretto a dare ordine di caricare le armi». I più vicini tornarono indietro, il presidente del Fascio alla contadina che portava il ritratto del re disse: Suruzza, jamuninni vasinnò nni sparanu (sorella, andiamo se no ci sparano). E quando tutto volgeva pel bene, una fucilata sinistramente risuonò. Fu questo il segno dell’eccidio, sparano i soldati, sparano i carabinieri e le grida disperate e i lamenti dei feriti, il pianto di tutti resero lo spettacolo selvaggio e commovente. Anche i poveri soldati spaventati corsero come forsennati per la campagna.

Allora, seminata la via di feriti, la folla uccide il messo comunale che, sogghignando, mostrava il suo compiacimento per tanti caduti.

Chi ordinò il fuoco? donde partì la prima fucilata? Le voci più disparate corsero in proposito, ma il mistero non fu svelato. Il generale Corsi che solo di questa strage fa cenno—forse perchè il suo animo mite rifugge dalle scene di orrore—narra seccamente: «Fu caso, fu disgrazia. Una massa di gente di un pacifico paesello, rumoreggiante, inebbriata della sua audacia medesima, si serra addosso ad un piccolo drappello di soldati, spinta da tergo da chi non vede il pericolo; nessuno comanda il fuoco; ma il fuoco scoppia perchè i soldati stanno per essere travolti. La stampa ne fa gran rumore in Sicilia, in tutta Italia; si scrive che la truppa ha tirato freddamente sopra un popolo festante; non si vuole vedervi altro che una strage d’innocenti. Il governo n’è spaventato.» (Sicilia, p. 322)[45].

I morti furono 11, dei 12 feriti portati all’ospedale di Palermo 9 furono dichiarati in pericolo di vita. 5 solamente furono colpiti con palle a mitraglia e gli altri da palle non tirate da militari, vi furono pure uomini feriti da quadretti e migliarini.

A Giardinello, precisamente come a Caltavuturo, le autorità non seppero trovare un colpevole tra coloro che spararono. Ne trovarono bensì a decine tra i poveri contadini che avevano partecipato alla dimostrazione e che si ebbero in pena dal Tribunale militare anni ed anni di reclusione!

LERCARA

Dopo Giardinello, Lercara. Anche qui c’è miseria grande derivante in gran parte dalla crisi zolfifera, anche qui ci sono odî inveterati e feroci tra alcune famiglie che si disputano con tutti i mezzi l’amministrazione comunale, qualcuna delle quali si afferma che abbia soffiato nel fuoco. E il fuoco divampò il 20 Dicembre in una dimostrazione coi ritratti del Re e della Regina al grido di: Abbasso le tasse! Abbasso il Sindaco! Si viene a colluttazione colla forza e rimangono feriti o contusi alcuni uomini della forza, tra i quali il delegato di pubblica sicurezza ed un tenente delle truppe. Durante la notte e all’indomani arrivano altre truppe.—Il sotto prefetto di Termini-Imerese—che arringa il popolo da un balcone durante una nuova dimostrazione seguita da incendi dei posti daziari, da devastazioni e da saccheggi—è male accolto e costretto a scappare. Avviene un’altra colluttazione nella quale vengono uccisi undici cittadini e feriti molti altri! Contro i soldati la folla non adoperò che sassi e bastoni.

PIETRAPERZIA

A Pietraperzia il 1º gennajo 1894 si ripetono gli stessi fatti di Giardinello e di Lercara; le cause sono le stesse: la miseria e il malumore contro il municipio, per le tasse e specialmente pel fuocatico. I partiti locali che si combattono da anni con accanimento si accordarono soltanto nell’accusare i poveri contadini dei quali si osò negare la miseria!