Narriamo. Gibellina conta circa 10,000 abitanti ed è dedita esclusivamente all’agricoltura. Si afferma da molti che vera miseria non vi sia e che vi siano numerosi i piccoli proprietarî—di quella categoria però, che l’on. Damiani paragonò ai proletarî perchè la proprietà di una catapecchia o di un campicello non basta a sfamare. Certo è che la emigrazione vi si accrebbe notevolmente negli ultimi anni; e questo è indizio sicuro di malessere economico. È certo del pari che le tasse comunali, specialmente quella sugli animali e il focatico, vi erano pesanti ed invise e che era grande il risentimento contro le autorità politiche—rappresentate dal delegato di P. S.—per i fatti del 4 novembre narrati avanti. Vi sono i soliti partiti locali, i cui caporioni si odiano reciprocamente; quello al potere, protetto dalla Prefettura di Trapani, qualificato addirittura tirannico, si dice abbia considerato la cassa comunale come lo sfamatoio della propria famiglia e dei propri adepti. Gli oppositori, ricchissimi, si vuole che abbiano soffiato nel fuoco; regalarono una bandiera al Fascio—essi che in fondo sono conservatori—e si rimproverò loro—stranissimo rimprovero!—che dessero agli operai un salario più elevato degli altri.

Questo l’ambiente dove si svolsero i fatti del 2 gennaio.

Da parecchi giorni si buccinava che si doveva fare una dimostrazione contro il municipio: corsero trattative di conciliazione tra i partiti; si cercò dare soddisfazione alla opinione pubblica dal sindaco, accettando alcune delle proposte messe avanti dal Fascio, il cui presidente sig. Palermo si cooperò sempre per mantenere la calma e l’ordine; a quasi tutte le trattative presero parte attiva il capitano Macchi del 37º fanteria, e il pretore Casapinta e la loro fu azione lodevole. Ma ciò che chiedevasi con maggiore insistenza erano le dimissioni del sindaco e del consiglio; cosa che non potevasi ottenere, come disse il capitano, perchè il sindaco di dimissioni non voleva assolutamente saperne!

L’ECCIDIO

Nel giorno dell’eccidio il municipio era occupato militarmente e il capitano trovavasi nella sala del Consiglio, mentre la folla appressavasi gridando come sempre: Abbasso il Sindaco! abbasso le tasse! abbasso il consiglio comunale! Erano circa tre mila persone con alla testa la bandiera del Fascio, che fu issata al balcone della casa municipale dov’erano riuniti il Capitano Macchi, il sindaco e molti altri che discutevano sui provvedimenti da prendere.

Ad un tratto comincia il fuoco contro la popolazione inerme: quattordici caddero morti immediatamente. Non vi furono squilli di tromba e i soldati spararono sulla folla a bruciapelo. Il numero dei feriti fu grandissimo e non potè esser mai esattamente constatato perchè tutti si nascosero, sapendosi che anche i feriti gravi venivano arrestati e condotti a Trapani: ad un certo Tramonte fu amputato il braccio nelle prigioni di Trapani e gli si negò di poter rimanere a casa guardato a vista.

Compiuta la strage i soldati—per ordine del Capitano Macchi, che rapidamente discese dalla casa comunale appena sentì le fucilate—si ritirarono, e Gibellina rimase in balía del popolo giustamente esasperato. Fu allora che venne ucciso a sassate ed a bastonate il povero pretore Casapinta, ch’era stimato da tutti e che si era cooperato ad impedire la catastrofe; ma ciò avvenne per isbaglio, gli addebitarono il comando del fuoco, essendo stato scambiato pel delegato di Pubblica Sicurezza, Vincenzo Trani, che alle antiche aveva aggiunto nuove ragioni di odio contro di sè.

Costui fu generosamente ricoverato da un farmacista, e si salvò, fuggendo travestito, dall’ira di quel popolo il quale contro di lui sarebbe forse stato implacabile.

Per alcuni giorni Gibellina rimase assolutamente senza forza e senza autorità; eppure non vennero molestati coloro, che erano considerati come i veri promotori dell’eccidio!

LA RESPONSABILITÀ