La piazza del Duomo venne occupata militarmente da fanteria, cavalleria e artiglieria sotto il comando di Bava Beccaris. Chiuso dai bersaglieri lo sbocco della Galleria verso la Piazza del Duomo; dalla cavalleria lo sbocco della piazza verso il Corso; da alpini e fanteria via Mercanti, via Torino, via Carlo Alberto, via Rastrelli: militarmente occupate tutte le porte della città. Era evidente che l’autorità militare aveva preso tutte le disposizioni strategiche contro una rivolta di là da venire e di cui mancavano i segni precursori. Queste disposizioni, intanto come avviene sempre in casi simili, non potevano esse stesse che provocare la rivolta.
I dimostranti, rei di cantare l’inno dei lavoratori, ebbero le prime cariche della cavalleria nel Corso di Porta nuova e nelle vie adiacenti e fuggirono. «L’intero reggimento di cavalleria, lascio la parola al Corriere della Sera, percorreva di continuo al trotto in colonne serrate e sparse, le vie Principe Umberto, i viali Venezia, Porta Nuova e Garibaldi, via Moscova, corso Porta Nuova ed i bastioni. Tutti i negozi erano chiusi; molte finestre sbarrate; i curiosi si ritiravano spaventati. Ma un residuo del grosso della dimostrazione si ridusse in via Melchiorre Gioia, presso la Dogana. Dinanzi alla cooperativa ferroviaria tennero un conciliabolo, emettendo di quando in quando grida ed agitando in alto i bastoni, i cappelli ed i fazzoletti. Arrivò, dopo poco, una compagnia di fanteria, che venne fermata a spall-arm di fronte ai dimostranti, colla cavalleria alle spalle. Venne ordinato il pied-arm e ciò contribuì alquanto a far allontanare l’attruppamento, che si frazionò poi in gruppi e si disperse. Verso mezzogiorno le vie sunnominate, percorse incessantemente dalla cavalleria, erano quasi sgombre».
Dunque, nel conciliabolo improvvisato su una strada, si scoprono le armi dei rivoltosi: bastoni, cappelli.... e fazzoletti. I rivoltosi erano tanto decisi alla lotta, che si disperdono al semplice comando di pied-arm....
Testimoni oculari, invece, narrano di modi straordinariamente provocatori adoperati da ufficiali e sott’ufficiali, da guardie di pubblica sicurezza e da carabinieri e che contribuirono ad invelenire gli animi.
Si può ammettere che ci siano delle esagerazioni; comunque, i fatti reali ed un certo cinismo mostrato da militari in via Carlo Alberto e altrove, nulla prova contro l’insieme dell’esercito. Gli esempi contrari e belli non mancarono; ed una nobile esortazione di un ufficiale ai soldati perchè non facessero uso delle armi senza l’esplicito comando, venne narrata dal Secolo; di soldati che spesso sparavano in aria narrano gli stessi testimoni oculari più corrivi ad accusare i militari. Il vero è che in questi casi, ponendo a contatto truppe armate e dimostranti inermi, devono avvenire fatalmente dei conflitti, che si risolvono in massacri; come una miccia accesa accanto alla polvere deve determinare un’esplosione. L’esperimento venne fatto in Sicilia su larga scala nel 1893; ed era stato fatto a San Luri, a Calatabiano, a Ruvo, a Corato, ecc. Ed è istruttivo che le stesse condizioni spesso riescirono agli stessi risultati anche in Inghilterra.
Queste condizioni fecero sì che il giorno 7 in più punti della città, a Porta Venezia, a Porta Vittoria, a Porta Ticinese, a Porta Sempione, in via Torino il fuoco della truppa sia stato più o meno vivo nelle ore pomeridiane e che abbia tuonato anche il cannone.
La narrazione di questi luttuosi avvenimenti che hanno dato i giornali conservatori e reazionari di Milano, lascia intendere chiaramente che mancarono i fatti provocatori degli eccidi da parte dei dimostranti, e che le fucilate vennero sempre determinate dalle insolenze e dalle sguaiataggini delle donne e dei monelli, che rappresentarono la parte più ardita e più persistente dei tumultuanti: molte donne portavano in collo i figlioletti.
È chiaro dallo insieme delle testimonianze raccolte dai resoconti dei giornali e dalle risultanze processuali, che la costruzione delle poco serie barricate — che non ebbero in verun punto veri difensori — e le deboli offese dei cittadini furono la conseguenza diretta ed immediata delle fucilate dei soldati, che stesero sul terreno parecchi morti e moltissimi feriti. E le offese non furono che quelle, che potevano venire da sassi e da tegole lanciate da mani deboli — da donne e da fanciulli — e da tetti dai quali non scorgevansi nemmeno coloro che avrebbero dovuto essere presi di mira. Ma sulle barricate e sulle armi dei rivoltosi avrò agio di ritornare.
Un testimonio oculare, che assistette a molti incidenti e ad una continuata serie di provocazioni da parte delle truppe, con maggiore precisione accorda una importanza decisiva alla scarica micidiale fatta da un plotone di bersaglieri in via Torino senza che ci fosse stato alcun squillo di tromba. Questo stesso cittadino immediatamente, in una a due altri, raccolsero un bambino di circa otto anni colpito mortalmente e lo portarono davanti al generale Bava Beccaris apostrofandolo vivacemente. Il generale dette ordine di arrestarli; ma non fu ubbidito, perchè il caso pietoso s’imponeva anche ai cervelli ubbriacati dal fumo della polvere. I tentativi di offesa che erroneamente vengono chiamati tentativi di resistenza e le barricate sarebbero stati la conseguenza del sangue versato in via Torino. Questo eccidio non trova alcuna giustificazione: tale non può menomamente considerarsi il fatto dei ragazzi arrampicati su di una scala Porta, che costretti, con cattivi modi a discendere, lanciarono dei pezzi di legno, che non offesero alcuno.
In questa triste giornata, durante la quale fu commesso il cosidetto saccheggio del Palazzo Saporiti, sul quale ritornerò, all’Ospedale Maggiore e in quello dei Fate bene fratelli furono portati dodici morti e quarantanove feriti gravemente. Ma queste cifre non danno che un’idea lontana del sangue versato.