Il cannone tuonò lugubremente in diversi punti e in più volte, specialmente al Corso San Gottardo e in Piazza S. Eustorgio. L’affare dovette essere grave in Corso S. Gottardo, perchè c’era da fare contro i 2000 studenti venuti da Pavia e armati di rivoltella: tanto risoluti che i pattuglioni di cavalleria non poterono disperderli e n’ebbe ragione soltanto il cannone! (Perseveranza 9 Maggio).
Nell’insieme la giornata passò in modo migliore di quello temuto: l’avvenimento più caratteristico fu l’arresto dell’on. Turati e della dottoressa Koulichoff e degli on. Costa e Bissolati, ch’erano corsi a Milano alla notizia divulgatasi in Italia della morte del primo.
Tutti i prigionieri furono condotti al cellulare scortati dalla cavalleria e dalla fanteria in piena disposizione di battaglia.
Colla ripresa del lavoro il lunedì, giorno 9, avrebbe dovuto ritornare completamente la calma; così non piacque allo zelo repressivo delle autorità politiche e militari che il lavoro proibirono e che scovrirono il maggior pericolo di rivoluzione che abbia corso Milano e lo distrussero con l’usata energia.
Lasciando da parte i minori incidenti, il pericolo in discorso fu visto nella zona da Porta Vittoria a Porta Venezia che ebbe per centro Porta Monforte. Qui, secondo la fervida immaginazione del Generale Bava Beccaris e della stampa moderata, nel convento dei Cappuccini si asserragliarono gl’insorti ed organizzarono vigorosa resistenza, coadiuvati dalle fucilate delle case adiacenti; ma superata valorosamente dai bersaglieri, che rinnovarono le prodezze della Cernaia, prendendo di assalto la improvvisata fortezza, sulla quale il cannone aveva aperta una breccia superiore nell’importanza a quella di Porta Pia....
I soldati arrestarono gl’insorti, i cappuccini loro complici e gli studenti travestiti da cappuccini e li condussero nell’atrio della Prefettura prima, e al cellulare dopo....
Di questo movimento i giornali di Milano del 9 e 10 — compresa La Lombardia — dettero una narrazione paurosa; e fortunatamente fu l’ultimo atto dell’insurrezione di cui ebbero ad occuparsi.
Qui si pone termine alla sintetica esposizione dei tumulti della capitale lombarda: cominciati per imprudenza e testardaggine dell’autorità politica il giorno sei; continuati per la fretta d’intervenire e di mettere in contatto truppe e cittadini eccitati il giorno sette — quando si denunzia il preteso attentato contro la civiltà coi saccheggi e colle devastazioni; — il giorno 8 — quando si crede completare la eliminazione delle menti direttive coll’arresto dei deputati socialisti; — e il 9 — quando si pensa di schiacciare la testa all’idra insurrezionale colla espugnazione del convento di via Monforte.
In due successivi capitoli si troveranno dettagli e schiarimenti, che metteranno il lettore in condizione di potere apprezzare equamente l’entità dei fatti sin qui sommariamente enunziati. Ora mi limito a notare con tristezza le voci corse e i fatti assodati, che possono in modo complessivo fare giudicare il carattere dell’azione militare.
Non raccoglierò le voci che narrano del cinismo di alcuni ufficiali di cavalleria, che parlarono del poco numero dei morti come se si fosse trattato di una battaglia contro nemici stranieri; nè le altre, di ufficiali di fanteria e dei bersaglieri, che sciabolarono i soldati che non volevano sparare o miravano male. Non le raccolgo, quantunque corrano ancora in Milano dopo sei mesi, perchè le credo messe in giro in momenti di eccitamento e di passione, che fanno travedere uomini abitualmente calmi e che pur serbandosi in buona fede inventano o esagerano. Mi piace, invece, insistere sulla condotta umana e prudente di molti ufficiali, che raccomandavano ai soldati di non reagire contro le provocazioni dei ragazzi e delle donne, mostrandosi longanimi e pazienti.