Di questo ritardo nella evoluzione politico-sociale si risentono tutte le classi: le dirigenti come le cosidette classi inferiori. Ond’è che mentre nelle ultime manca la coscienza dei propri diritti e l’aspirazione generale ad un tenore di vita più umano — mancanza contrassegnata dalle alternative tra la rassegnazione ignominiosa e le esplosioni selvagge — nelle classi dirigenti, invece, c’è l’avversione verso le innovazioni e la credenza in diritti propri, che rappresentano una sopravvivenza del tramontato regime feudale. Queste condizioni, si sa che sono più vive nel mezzogiorno e nelle isole; il settentrione è stato maggiormente penetrato dalla corrente della vita moderna. Non tanto, però, da aver modificato sensibilmente la costituzione politica e intellettuale della maggioranza delle classi dirigenti, rimaste più reazionarie che sanamente conservatrici. Se n’ebbe la prova, con una certa sorpresa in molti, in occasione dei moti di Maggio.

Per quanto lento il movimento politico sociale elevante le classi lavoratrici, esso allarmava già le classi dirigenti che da un pezzo manifestavano il rammarico profondo e il pentimento per le meschine riforme concesse — e specialmente per la riforma elettorale politica del 1882 ed amministrativa del 1889.

I moti di Sicilia del 1893-94 manifestarono lo stato d’animo delle classi dirigenti, le quali perdonarono a Crispi le brutture di cui era macchiato, in grazia della repressione pronta e severa. Tutto perdonarono col proprio disdoro a chi aveva iniziato con fortunati auspici la reazione.

Venne Abba Garima e fatalmente produsse la Caduta di Crispi; ma caduto il vessillifero, la reazione dava segni d’impazienza per riprendere la marcia trionfale interrotta dal disastro africano, nel quale c’era la complicità innegabile delle classi dirigenti.

I moti del 1898, perfettamente analoghi, e solo più generali e più vasti nelle proporzioni di quelli del 1893-94, somministrarono propizia l’occasione per riprendere l’interrotto movimento reazionario.

Questi moti da principio furono talmente violenti e si propagarono con tanta rapidità, che le classi dirigenti ne provarono paura e sbalordimento, ma rinfrancatesi man mano che il telegrafo dava notizia delle repressioni riuscite e della buona prova fatta dall’organizzazione dell’esercito — per la quale trepidarono fortemente nel momento del richiamo delle classi in congedo — ripresero con energia compensatrice della breve sosta l’opera malvagiamente reazionaria interrotta nel 1896.

Intanto nel mezzogiorno, dove queste classi dirigenti sono meno colte ed hanno minore coscienza collettiva dei propri interessi e delle proprie aspirazioni, si applaudiva al governo per la repressione ed anche la s’invocava più feroce e più continuata, ma venne meno la loro azione diretta; in Toscana e nella Lombardia, dove supponevasi che le classi dirigenti dovessero essere più illuminate e più modernamente conservatrici, invece furono esse gli elementi attivi che presero la mano al governo centrale e quasi gli imposero la reazione. La loro attività in tale senso fu in ragione diretta del pericolo da cui si sentivano minacciate: la perdita del dominio e dell’influenza a causa dei progressi rapidi della democrazia repubblicana e socialista.

La reazione, per colorire i propri disegni, si servì della menzogna e della esagerazione, che le avevano reso eccellenti servizi nel 1893-94. Allora ai buoni italiani del continente si fece comprendere che in Sicilia non erano i lavoratori che si movevano, stanchi di vessazioni e di soprusi e di spogliazione, che non erano i contadini che reclamavano la terra loro o patti agrari tollerabili se non equi del tutto; ma che l’isola fosse in aperta insurrezione per attentare all’unità della nazione ed erigersi a stato indipendente o porsi sotto la protezione non si sa bene se della Francia, o della Russia: il trattato di Bisacquino non lo definiva chiaramente.

Il giuoco riuscito allora fu ripetuto nel 1898; e sino ad un certo punto con ugual fortuna. Si scrisse che a Napoli si gridava: Vulimme ò re nusto! cioè il Borbone. Si ripetè che in Lombardia si volesse costituire lo Stato di Milano.

Di vero c’era questo solo: che a Napoli, come à Milano, il malcontento era generale e profondo e correvano per la bocca di tutti certi confronti odiosi. Ma era una menzogna che a Napoli e a Milano il tumulto avesse una bandiera politica qualsiasi.