Per un momento, durante il perturbamento, da paura o da altro men lodevole motivo si arriva a comprendere che si creda alla menzogna ed alla esagerazione senza che si metta in dubbio la buona fede di chi la menzogna divulga; perciò si può essere disposti a perdonare la Perseveranza del giorno 8 che diceva essere quello degli insorti programma di rivoluzione, di saccheggio, di devastazione. Ma tornata la calma si può e si deve essere inesorabili verso chi continua nel mendacio e nella calunnia. Ed è dopo una settimana circa da che la repressione è compiuta e la verità si è fatta strada in tutti i giornali d’Italia che la Perseveranza scrive: «I nostri agitatori non sdegnano l’appoggio di quegli abbietti per costumi, rotti al vizio od al delitto, che continuamente escono e rientrano nelle carceri con fatale intermittenza di delitti e di castighi, e che, mentre non si mostrano nei momenti di calma, sbucano dall’ombra nei tempi di lotte cittadine; come non sdegnano l’appoggio di quegli anarchici dallo stampo francese qualificati per démolisseurs, ravageurs, barberes de la Société» (15 Maggio). E dire che la Perseveranza è l’organo del filosofo Negri!

VII. LE ISTITUZIONI IN PERICOLO!

Il saccheggio e la devastazione di Milano ricca e colta furono inventati per suscitare l’indignazione contro i barbari contemporanei; ma queste menzogne forse non erano sufficienti per determinare l’azione energica del governo.

Chi poteva assicurare che al Ministero stessero proprio a cuore gl’interessi delle civiltà! Bisognava creare il pericolo delle istituzioni; inventare, perciò, o esagerare le forze e la resistenza dei tumultuanti. Presto fatto: donne e bambini, uomini inermi furono tramutati in combattenti, cui onestamente accordossi anche l’eroismo, che faceva comodo.

Analizziamo le creazioni dei denunziatori della pericolosa insurrezione di Milano. Ecco un primo gruppo di notizie assolutamente fantastiche: gli alpini uccisi, una compagnia disarmata, gli studenti di Pavia in marcia sopra Milano, ecc., ecc.

Di alpini uccisi si seppe a Palazzo Braschi e nei corridoi di Montecitorio; ma, malauguratamente per coloro cui faceva comodo il grave fatto, nulla se ne seppe a Milano. I becchini non poterono trovare, tra i cadaveri dei cittadini massacrati, alcun soldato alpino ucciso dai tumultuanti, così del pari i superiori non poterono prender conoscenza di alcuna compagnia disarmata; come la cavalleria mandata in perlustrazione fuori Milano, le truppe appiattate nelle cascine non poterono sorprendere in marcia i duemila studenti armati di Pavia. Sperossi di trovarne qualcuno travestito da cappuccino; ma le barbe dei frati arrestati dopo la breccia erano barbe autentiche....

E si passi sopra ai diversi strombazzati assalti della stazione, alla complicità dei ferrovieri per impedire la partenza dei treni: in grazia della esagerazione della confusione, che doveva esservi in una stazione di città cannoneggiata, si ha almeno la soddisfazione di cogliere una preziosa confessione dalla bocca della Perseveranza. Eccola: «Insistente era la voce della sommossa alla stazione, con demolizione della tettoia, sciopero dei ferrovieri, arresti, fuoco, vittime. Quando ieri — il 9 — ci recammo alla stazione per assumere informazioni, trovammo l’ex onor. Zavattari che si affannava a persuadere gli increduli — increduli anche sul posto! — che nulla, nulla era succeduto. Tutti i treni andavano e venivano regolarmente, tranne, come era noto dal giorno precedente, quelli della linea Alessandria in seguito anche ai fatti di P. Genova e di P. Ticinese di ieri l’altro. Però la stazione e il difuori erano garantiti dalla truppa. Dobbiamo una parola di elogio ai facchini della stazione — il seguito dello Zavattari — che si prestarono coi migliori modi ad assistere i forestieri in arrivo, specialmente alla sera, quando non c’erano più nè vetture, nè omnibus. Non ostante l’ora tarda, parecchi accompagnarono i forestieri agli alberghi». (N. del 10 Maggio).

Pare, dunque, che Zavattari si sia adoperato efficacemente per il mantenimento dell’ordine; per ciò, forse, fu arrestato e condotto innanzi al Tribunale militare, che — incredibile dictu! — lo assolvette non ostante il suo riaffermato repubblicanesimo.

Ma se fin qui siamo di fronte al fantastico, entriamo nel campo della realtà colle Bande svizzere, colla complicità di Cipriani ed un po’ anche — come nel Trattato di Bisacquino — della Francia: l’ingrediente necessario per fare effetto sulla immaginazione dei patrioti.

A tumulti finiti — si badi bene — scrivono da Torino alla diligente e onesta Perseveranza. «Voci dall’estero assai esplicite. — Mi si afferma da persona autorevole che a Parigi si sapeva quanto doveva succedere a Milano, dove la preparazione alla sommossa era stata ideata e condotta abilmente da qualcuno di coloro i quali o vennero arrestati in flagrante, oppure presero il largo. Pare che anche il Cipriani non ignorasse ogni cosa, ma che egli abbia consigliato o sconsigliato, ignoro perchè non mi si volle, o non mi si seppe dir di più. Certo la miccia venne accesa a Bari e percorse tutta linea ascendente fino a Milano, lasciando nello scoppio parecchi strascichi e numerosi addentellati a nuovi incendi ovunque il malcontento, la miseria, la corruzione, la malvagità trovavano buona presa davanti il sonno delle cosidette Autorità di vigilanza e di tutela dell’ordine pubblico». (N. del 15 Maggio)[11].