Tutto questo sarebbe stato grave... se fosse stato vero. Non lo era; e a quali innocenti, anzi miserevoli proporzioni si riducesse la partecipazione dell’indispensabile Cipriani lo si apprese dal processo dei giornalisti: allo scambio di poche parole tra Carlo Romussi e il valoroso di Domokos nel passare da Milano per ritornare in Francia.

Ma chi può negare l’esistenza delle bande d’insorti italiani, che dovevano calare dalla Svizzera sopra Milano?

Le avevano organizzate l’on. Rondani e gli altri rifugiati in Lugano, Lausanne ecc; l’on Morgari aveva valicato il confine per condurle in Italia; l’Agenzia Stefani le aveva annunziate; tutta la stampa monarchica aveva protestato energicamente contro l’indegna repubblica elvetica, che non sapeva esercitare i suoi doveri di buon vicinato. È l’Opinione di Roma — l’ufficiosa di tutti i ministeri — che dà il monito alla Svizzera; e Visconti Venosta rincara la dose con una nota diplomatica.

Quanti erano gl’italiani delle bande? dove erano indirizzati? La stampa monarchica non esitò a valutarne le forze: da 500 a 5000; indicò la direzione o meglio la meta precisa: Milano. Questo è certo: le bande non penetrarono in Italia e non furono arrestate nemmeno dall’esercito, che in forza discreta venne scaglionato al confine per impedire l’entrata di questo pericoloso contrabbando.

In questa creazione delle bande svizzere c’era un nocciolo di verità, che fu ridotto alle sue giuste proporzioni sopratutto dalle risultanze processuali e dalle testimonianze delle autorità federali e cantonali — Camuzzi, Bernasconi, Primavesi e Rupa. — Le notizie false ed esagerate sugli avvenimenti di Milano avevano messo il fermento nella numerosa colonia italiana in Isvizzera; i primi esaltati socialisti — poco più di un centinaio — mossero verso il confine; vi arrivarono in dieci; non avevano nè armi nè denaro; mancavano di pane e di vestiti... (Deposizione del Consigliere di Appello Primavesi, giudice istruttore in Lugano. Udienza del 29 Luglio). Verso il confine potevano arrivare più numerosi; ma ciò fu impedito dai telegrammi, dalle lettere, dai consigli e dalle preghiere degli on. Morgari e Rondani e dell’avv. Tanzi. Rondani e Tanzi rimasero in Isvizzera. Morgari rientra in Italia, di nulla diffidando come chi ha coscienza di aver fatto doverosa opera di pace; ma n’è punito col carcere preventivo e col processo e dovette sentirsi ascrivere a colpa dal Tribunale Militare l’influenza esercitata nello scongiurare un tentativo d’invasione. Punito come Zavattari!

E siamo alle barricate. L’Italia e l’Europa seppero che a Milano i tumulti si erano trasformati in vera rivoluzione; tanto che vi erano sorte le barricate come a Palermo nel 1860 e 1866; come a Vienna, a Parigi, a Berlino, nella stessa Milano nel 1848 ecc.

La notizia, se anche vera nella sua essenza, non doveva lasciarsi circolare perchè non poteva non esercitare una influenza eccitatrice; e il governo che sopprimeva giornali e telegrammi che dicevano la verità poteva impedire la trasmissione dei dettagli di queste barricate; doveva almeno ridurle a quello che erano in realtà. Che fosse necessaria la riduzione è evidente.

Si sa dalla breve cronaca che barricate erano sorte in vari punti della città e nei tre giorni di conflitto. Stando al Corriere della Sera (N. 125) rinforzato dalla Perseveranza, queste barricate dovevano essere una cosa molto seria la cui espugnazione avrebbe dovuto costare molto sangue alla truppa, se fossero state il prodotto di una rivolta preparata con tutta la calma, mentre la truppa era impegnata in altri punti della città e non l’episodio di un tumulto improvviso. Queste barricate costituivano, secondo i giornali delle reazioni, una fortezza nel punto in cui s’incontrano corso Garibaldi, via Moscova e via Statuto; e ne avevano altre di rinforzo in altre vie collaterali. E la Perseveranza del giorno 8 scrisse che il giorno precedente soltanto a Porta Garibaldi vi furono tredici barricate sapientemente costrutte e tenacemente difese.

Chi conosce la storia delle barricate vere nelle varie rivoluzioni di Europa si attende uno svolgimento tragico. E ci fu la tragedia; molti cittadini lasciarono la vita o furono feriti presso le barricate; non ve la lasciò alcun soldato o ufficiale.

Un criterio veramente infallibile sulla entità di queste barricate l’abbiamo nei processi e nelle condanne del Tribunale Militare. Il 31º processo, ad esempio, per le barricate, per così dire premeditate — quelle del Corriere — di Corso Garibaldi e Via Moscova avrebbe dovuto presentare il maggiore interesse e i più gravi accusati. Invece tra i quindici condannati la maggiore pena inflitta fu di un anno e mezzo di reclusione. Una vera miseria per difensori di barricate, che si suppongono presi colle armi in mano; ai preparatori ideali della insurrezione si appiopparono sei, dieci, quindici anni di reclusione!