Non a Milano soltanto, ma dapertutto le risultanze processuali sono riuscite a smentire le menzogne della polizia sulla gravità dei fatti. Così i delitti dei cittadini di Sesto Fiorentino, che condussero ad altro piccolo massacro, furono così terribili, che le pene inflitte ai colpevoli dal Tribunale militare di Firenze non raggiunsero i sei mesi di carcere!

La verità è diversa da quella che si vorrebbe dare ad intendere per il decoro e per la serietà dei conservatori, dei generali e dei Ministri del regno d’Italia. Queste famose barricate non rappresentano che una specie di esercizio sportivo dei ragazzi e dei dimostranti; erano poco consistenti e mancavano del requisito principale: mancavano di difensori. Si espugnavano senza alcun pericolo, senza fucilate e senza cannonate: a colpi di scudiscio. Erano una parata da teatro che non meritava il sangue di cui furono bagnate. Se i processi e le pene non bastassero per giustificare questo giudizio, ci sarebbe una prova strana — in un certo senso anche umiliante: furono tranquillamente fotografate e dalla parte, naturalmente, nella quale stavano gli assalitori....

Veniamo all’ultima invenzione sbalorditoia: alla resistenza degli insorti ed alla breccia aperta nel Convento dei Cappuccini.

Per giustificare questo ignominioso episodio, s’inventarono rivoltosi e combattenti all’Acquabella e altrove. Nello stesso intento la Perseveranza del giorno 10 Maggio narrò che uno squadrone del reggimento cavalleria Milano, appena arrivato da Lodi, veniva lanciato fuori Porta Monforte e riusciva a prendere alle spalle un gruppo di riottosi, intimando la resa, minacciando la carica colle lance; e il gruppo si arrese: i 150 circa, che lo componevano, erano la più parte armati di rivoltella e altri di coltello; Falso, falso, falso!

Affare grosso quello dei Cappuccini! Infatti, dice la Perseveranza, gl’insorti, inseguiti lungo i bastioni, continuarono a sparare e ripararono nel Convento dei Cappuccini invadendolo e trincerandovisi fortemente. La truppa dovette snidarli mediante un vigoroso fuoco di fucileria. I soldati poterono accerchiare l’edifizio e la chiesa attigua. Furono circuiti e arrestati tutti i combattenti, che non riuscirono a salvarsi.

Qui siamo in piena e vergognosa menzogna. Qui, come alle barricate, mancarono gl’insorti e i difensori dell’improvvisata fortezza; in loro vece c’erano frati caritatevoli, che vennero arrestati in vent’otto, e vecchi e vecchie mendicanti che erano andati a prendere la loro scodella di minestra e vi trovarono la morte.

La menzogna vergognosa viene confessata a denti stretti dal Corriere della Sera (N. 128); più dettagliatamente dalla Perseveranza (giorno 11) che sente il rimorso delle precedenti affermazioni e, forse, voleva farsi perdonare dai suoi buoni amici di una volta, i clericali. La Perseveranza ci narra che la truppa ignorava (!?) l’esistenza del convento e che si allarmò del movimento attorno al cancello — ed erano i poveri che atterriti dalle fucilate cercavano riparo in luogo, che, scioccamente, ritenevano sacro — ed aprì la breccia a colpi di cannone; è la Perseveranza che ci narra che il Padre Isaia venne arrestato e ferito — avrà ricevuto una medaglia il valoroso che lo ferì? — mentre lavava una ferita ad una vecchia....; è la Perseveranza che riproduce dalla Lega Lombarda la notizia della sorpresa che fece allibire il Prefetto Winspeare quando si trovò dinanzi quegli strani prigionieri: i frati cappuccini e i vecchi mendicanti!

Questo episodio dei Cappuccini di Monforte fu tanto enorme che l’Autorità Militare ordinò un’inchiesta; la quale dovette spiegare l’errore di chi ordinò il fuoco e la breccia, ma non potè fare a meno di condurre alla liberazione dei poveri frati — avvenuta il 15 Maggio — che devono solo alle loro condizioni se non ricevettero i loro anni di reclusione anzichè le scuse umilianti di tutte le autorità. In questa liberazione sta, però, l’implicita condanna di autorità militari, che si mostrarono deficienti di tutto — specialmente di prudenza, di umanità e d’intelligenza — e che completarono i trofei raccolti nei giorni precedenti raccogliendo larga messe d’infamia e di ridicolo: infamia per avere ucciso dei poveri in cerca di pane; ridicolo per avere aperto la breccia in un inerme e pacifico convento, con cannonate che sono degne di essere messe alla pari con quelle contro i bovi del pozzo di Tata nella gloriosa campagna contro Re Giovanni nel 1887.

Riassumo. La cronaca e le poche considerazioni esposte in questo capitolo dimostrano che cosa fosse la pericolosa insurrezione di Milano. Ci sono ancora altre prove schiaccianti contro coloro che inventarono pericoli inesistenti o li centuplicarono.

Queste prove vengono somministrate: dal numero dei morti e dei feriti tra i combattenti; dalla natura della morte e delle ferite tra le truppe; dalla condizione delle vittime tra i cittadini.