Con insistenza meravigliosa, nella cronaca delle luttuose giornate di Maggio, dai giornali si narra di fucilate e di colpi di revolver partiti dalle barricate e dalle finestre delle case vicine. Ma da tutti i processi non si potè apprendere che nelle case immediatamente visitate dalla polizia e dai soldati si siano trovate armi da fuoco e combattenti. Se combattenti colle armi in mano si fossero trovati sarebbero stati certamente fucilati. E non mancava l’animo al generale Bava Beccaris di farli fucilare — a lui che avrebbe già voluto far passare per le armi l’onor. De Andreis, cui si trovò in tasca un terribile esplodente: un progetto per la illuminazione elettrica.

L’inchiesta sulla breccia dei Cappuccini avrebbe dovuto condurre alla scoperta di queste case, che davano asilo agli insorti omicidi — di queste case cui il Regio Commissario straordinario consacrò uno dei tanti suoi balordi proclami.

Ma guardate, fatalità: durante l’assalto dei Cappuccini si va ad esplorare una casa dalla quale si supponeva che si fosse sparato; e in quella stessa casa si conduce, per farlo curare, un ufficiale ferito in via Moscova! Almeno a Napoli trovarono da condannare la disgraziata complice di uno studente, che sparò da una casa, ma che fu assolto... per non provato reato. A Milano nulla!

Se gli insorti spararono per tre giorni di seguito in tanti punti, tra i soldati avrebbero dovuto essere numerosi i morti e i feriti per arma da fuoco. Ma la forza non ebbe che due morti; la guardia di Pubblica Sicurezza Viola e il soldato Grazia Antonio Tommazzetti. Il primo venne ucciso da una scarica della truppa; il secondo non si sa (?!) se venne ucciso per arma da fuoco o per una caduta di comignolo sul capo. Così il Corriere della Sera (N. 130). C’è anche chi afferma, che venne ucciso da un ufficiale perchè negavasi di far fuoco contro i cittadini; ma la voce non è accreditata.

Di più. Il Corriere dà nello stesso numero l’elenco nominativo dei soldati ed ufficiali raccolti negli ospedali militari; tra ventidue feriti, due soli lo furono per arma da fuoco; tre da coltello; gli altri presentano ferite lacero-contuse o semplici leggere contusioni. Le lesioni più gravi sono per rottura dei malleoli per caduta dal cavallo. E chi garantisce che i cinque non feriti da arma contundente non siano vittime dei colpi della forza, che sparava e caricava all’impazzata? C’è da sospettarlo: il Corriere (N. 132) infatti constata che il soldato Malinverni ferito da arma da taglio lo fu dalla bajonetta di un commilitone contro il quale urtò accidentalmente nel parapiglia!

Non ci potevano essere, come non ci furono, feriti d’arma da fuoco e da taglio tra i soldati perchè i terribili insorti di Milano — donne e fanciulli in massima parte — possedevano ben curiose e allegre armi. Il Corriere, la Perseveranza e gli altri giornali non videro che cappelli, fazzoletti, bastoni.... e sciabole di legno da bambini. Contro la forza furono scagliati sassi e — inorridite! — un pajo di scarpe.

E che in Milano ci fossero armi più serie lo si vide dal numero dei fucili che vennero portati al Comando Militare quando venne l’ordine del disarmo.

Ma siccome giornali ed autorità parlano con tanta insistenza di colpi di arma da fuoco.... che per tre giorni di seguito in molti punti non ammazzano nè feriscono, bisogna ricorrere ad una curiosa ipotesi: che gl’insorti sparassero a polvere, per intimorire la forza e costringerla a retrocedere amichevolmente. Ma non erano a polvere, però, i colpi di fucili e di cannone sparati dalle truppe; se ne ha la prova dolorosa nella loro micidialità. Intorno al numero dei morti corsero — anche sulla Tribuna — delle esagerazioni: si parlò di 800, di 300 morti. Accettiamo la cifra officiale, benchè ancora discussa: circa 80 morti e 450 feriti.

Se gli uccisi, se i feriti fossero stati insorti veri, anche se armati di scarpe o di sciabole di legno, avrebbero meritato la loro sorte; ma invece «alla statistica dei feriti e dei morti hanno dato una straordinaria percentuale i curiosi, gl’imprudenti, i disgraziati....» Questa la confessione del Corriere della Sera (N. 127). La Lombardia (N. 126) riferì il giudizio di un professionista indignato che nel sobborgo S. Gottardo si fosse sparato non contro bande di rivoltosi, ma contro casigliani endimanchés curiosi e che non sapevano stare in casa in un giorno di primavera. E le cannonate? Non è vero, dice lo stesso professionista, che quelle a mitraglia siano state precedute da quelle a polvere; o almeno l’intervallo di pochi minuti tra le une e le altre toglieva qualunque significato di avvertimento alle ultime. Che più? È la stessa Perseveranza che riconosce che sparasi contro le finestre dalle quali affacciavansi, curiosi; e aggiunge che a Porta Garibaldi, a Porta Ticinese, a Porta Genova, a Porta Vittoria, specialmente sul corso Loreto, tratto tratto le truppe dovevano far fuoco per disperdere i curiosi! (Numero del giorno 10 Maggio). La ferocia dei combattenti di cui ci dettero notizia gli organi del Regio Commissario era tale che.... assistevano i soldati caduti. Ce lo fece sapere la Perseveranza del giorno 8. In Italia, in questo triste quarto d’ora, non è lecito commentare come si dovrebbe l’insieme di queste note sull’insurrezione di Milano; sarà lecito almeno di rilevare che dalle medesime risulta non essere stato mai in pericolo nel maggio 1898, nè la civiltà, nè le istituzioni; se pericoli corsero, nella peggiore delle ipotesi, l’una e le altre lo devono ai rappresentanti dell’ordine, i quali vollero ed eseguirono una carneficina non necessaria; e in politica niente è così disastroso e deplorevole quanto ciò che è inutile.

In Parlamento e fuori, coloro che difesero l’uccisione di oltre centocinquanta cittadini ed il ferimento di oltre un paio di migliaia, dissero, per attenuare la responsabilità degli omicidi, che lo Stato aveva agito per legittima difesa; ora, pur essendo generosi, non si può accordare che l’eccesso di difesa, che va sempre punita. La punizione verrà; ma dal Tribunale della Storia.