VIII. L’OPERA DELLA REAZIONE

Qualunque sia stata l’importanza dei tumulti della primavera del 1898 e siano state anche semplicemente sportive le barricate costruite in Milano e tentate pure in Faenza, a nessuno verrà in mente di negare al governo il diritto e il dovere di ristabilire l’ordine, che — bene inteso — è condizione vera di progresso e di libertà ad un tempo. S’intende perciò la repressione immediata, anche se riesca a ferire interessi legittimi e sentimenti alti e rispettabili; ma se ne deve discutere la misura. E nessuno dei pari vorrà negare la convenienza, la necessità anzi, di questa discussione; poichè in politica l’assoluto non esiste e la misura è tutto.

Se la repressione si arresta appena cessata la sua urgente indicazione, quella troverà poche censure e solleverà poche e fiacche proteste. Se la repressione continua quando è cessato il pericolo che la impose allo Stato, in nome del preteso diritto di legittima difesa, diviene reazione, che toglie a pretesto le sommosse e non si propone soltanto il ristabilimento dell’ordine.

Ancora: Della misura, e perciò della legittimità della repressione, si potrà opportunamente giudicare in seguito alla esatta valutazione dei fatti che la determinarono e delle cause di ogni specie che suscitarono i fatti stessi.

Questa conoscenza è indispensabile non solo per assegnare le rispettive responsabilità, ma anche per giudicare e prevedere quale sarà la efficacia dei provvedimenti presi — se riusciranno a mantenere lungamente quell’ordine che sta, almeno in apparenza, in cima dei pensieri dei governanti; e ad impedire, a più o meno lunga scadenza, la ripresentazione dei tumulti.

La semplice cronaca ci ha fatto già conoscere quale sia stata la loro entità; meglio e più completamente l’apprezzeremo al lume delle risultanze dei processi. Le quali saranno tanto più significative inquantochè i processi furono istruiti col minimo di regolarità procedurale e di garanzia nella difesa dei presunti rei e col massimo di severità nei giudici eccezionali, che conobbero e giudicarono dei reati. Queste risultanze, quindi, potranno peccare per eccesso; ma non si potrà sospettare che presentino attenuata la gravità dei fatti. Si può presumere anche la esagerazione, perchè in questa sta il tentativo, l’unica speranza di giustificazione della condotta del governo e delle classi dirigenti che lo inspirarono e spronarono nell’azione repressiva[12].

Senza anticipare le risultanze processuali e il giudizio che potrà desumersi dalla conoscenza delle cause delle sommosse, per ora continueremo la cronaca della repressione, mettendone in evidenza alcuni dettagli che servono a gettare sprazzi di viva luce sull’indole dell’azione del governo e delle classi dirigenti.

Nelle Puglie, dove i tumulti assunsero gravi proporzioni e furono accompagnati da episodi selvaggi, come quelli di Minervino-Murge, la repressione fu breve e non uscì dai limiti del dovere e del diritto di ogni governo di garantire a tutti l’ordine. Fu in parte merito del Generale Pelloux di non avere trasmodato; in gran parte si deve alla mancanza di stimolo da parte delle classi dirigenti che non sentono alcun pericolo politico e si accontentano dell’ordine materiale.

Mancavano le ragioni di provvedimenti che uscissero dall’ordinario a Napoli e nella sua provincia; dove la repressione pronta ed energica e non duratura al di là della durata degli insignificanti tumulti sarebbe stata più che sufficiente. La proclamazione dello stato d’assedio e la istituzione dei tribunali di guerra, quindi, vennero giudicate intempestive, capricciose, suggerite da preconcetti politici e da ricordi recenti — dal ricordo delle scene dolorose dell’Agosto 1893. Il lusso di cannoni e di cavalleria nelle piazze e nelle strade di Napoli, anche prima che venisse proclamato lo stato d’assedio, venne interpretato come un espediente, pericoloso sempre, per mascherare l’intrinseca e reale debolezza militare del governo. I provvedimenti, infine, furono tanto sproporzionati al pericolo temuto, che fu possibile sospettare che essi siano stati presi in odio ad una persona e ad un giornale invisi all’onor. marchese Di Rudinì e che non si potevano colpire sotto l’impero delle leggi ordinarie. Enunzio l’ipotesi, perchè più volte e da più parti ripetuta, senza nascondere che per quanto poca stima si abbia e per quanto poco stimabili siano i governanti italiani, essa non sembra credibile. Comunque, mi piace constatare che a Napoli, come nelle Puglie, mancò sul governo la pressione delle classi dirigenti in favore di una repressione trasmodante ed a suo onore ricordo, che il sindaco di Napoli, Marchese di Campolattaro, insistette presso il Ministero affinchè lo stato d’assedio, innocuo ed inavvertito per la cittadinanza, dannoso a quanti vivono dei numerosi forestieri e pericoloso solo pei Tribunali militari, venisse tolto al più presto possibile.

Altrettanto ingiustificato fu lo stato d’assedio in Firenze e in tutta la Toscana; odioso perchè fatto nell’interesse di una classe, o meglio di una ristretta casta.