Della assoluta mancanza di necessità dello stato dì assedio nella Toscana si ha la prova nella narrazione e nei commenti ai fatti che dette la Nazione, l’organo massimo dei conservatori toscani e che combatteva il Ministero Di Rudinì, perchè fiacco verso i partiti sovversivi; dei quali anzi lo diceva complice più o meno cosciente. La prova irrefragabile sta poi in questo: l’autorità politica che doveva giudicare sulla convenienza del provvedimento, il Prefetto di Firenze, nulla ne seppe ed apprese il decreto che lo esautorava e gli sostituiva un Regio Commissario straordinario, dal proclama che lesse uscendo da Palazzo Riccardi. Ed il prefetto era un militare ed un accorto uomo politico: il generale Sani. Questo episodio, che non ha precedenti, viene completato dalla punizione inflitta al comm. Minervini, Prefetto di Pisa, perchè si era rifiutato di sciogliere alcune società innocue che mai erano uscite dall’orbita della legalità; scioglimento imposto dal Generale Heusch in un momento di morboso furore reazionario.

A Firenze e in Toscana lo stato d’assedio e i conseguenti Tribunali militari, non giudicati necessari dalle autorità politiche locali, le sole competenti sulle misure opportune e sconsigliati dagli onor. Nicolini e Brunicardi, vennero chiesti ed ottenuti, dalle consorterie politiche locali, verso le quali il Ministero Di Rudinì, nella folle preoccupazione di superare in energia Francesco Crispi, ebbe il torto imperdonabile di mostrarsi condiscendente[13].

Lo stesso avvenne a Milano ed in Lombardia; dove almeno il Prefetto ed il generale comandante la direzione chiesero il provvedimento eccezionale, ma non fu concesso se non in seguito a telegramma del sindaco della capitale morale ed alle pressioni esercitate sul governo da una frazione del partito conservatore lombardo. I fatti di via Napo Torriani del giorno sei, cagionati più che altro dalla imprudenza e dalla cocciutaggine della questura, non avrebbero mai potuto giustificare la proclamazione dello stato d’assedio in una città come Milano; e l’insieme degli avvenimenti autorizza a sospettare poscia che la continuazione dei tumulti, sino alla breccia tragicocomica aperta nel convento dei Cappuccini, furono se non voluti e provocati, come qualcuno si arrischia a dire, certo comodi e ben venuti per dare parvenza di opportunità a misure eccessive e deplorevoli.

I mezzi adoperati dai conservatori toscani e da quelli Lombardi per trascinare il governo, bendisposto a lasciarsi trascinare, furono identici: la calunnia e l’esagerazione. Ma quest’ultima può trovare scusa nella paura grande e nei minacciati interessi; non la prima. Nel calunniare gli avversari e nell’esagerare i fatti, alcuni e qualche giornale non conobbero limiti di decenza: si vide la Perseveranza farsi la denunziatrice sfacciata dei giornali democratici, fraintendendo, sino a disonorarlo, l’ufficio della stampa[14].

Per singolare coincidenza, in due scritti — l’uno pubblicato a Firenze ed attribuito al Generale Sani o per lo meno da lui inspirato; e l’altro a Ginevra da un profugo — dei gruppi, delle caste, se non delle classi che spinsero maggiormente il governo italiano ad oltrepassare la repressione per abbandonarsi nelle braccia di una reazione rabbiosa, si danno note psicologiche caratteristiche, che si rassomigliano meravigliosamente. Della consorteria di Firenze, che invocò ed ottenne lo stato di assedio, si dice: che manca d’ideale, che accetta la dinastia sabauda come accetterebbe qualunque altra; e che nella monarchia vede un mezzo per mantenere a se stessa il primato in tutte le faccende pubbliche, a scopo di lucro più che altro[15]. Il profugo di Ginevra scrive che i conservatori lombardi, in fondo, sono rimasti quello che erano gli aristocratici ai tempi di Parini e che pochi — nella Costituzionale di Milano non arrivarono che a novanta in circostanze solenni — ma arditi, sotto la guida del Senatore Negri, vollero non la repressione dei tumulti, ma la vera reazione per mantenersi al potere. In Toscana, come in Lombardia, questi gruppi di uomini, queste consorterie, agirono energicamente perchè si sentivano vicini a perdere ogni influenza ed ogni supremazia: la democrazia batteva alle porte e stava per entrare nelle loro cittadelle[16].

Si comprende perciò che questi interessati promotori della repressione energica al di là delle esigenze di una savia politica, abbiamo visto con favore i tumulti ed abbiano inventato essi stessi il complotto, di cui si dirà in appresso. Per loro, come ingenuamente confessò un giornale di Genova, la reazione non era temuta, ma sospirata[17].

Non spenderò parole per stigmatizzare gl’intenti e i mezzi adoperati da queste consorterie per conseguirli e i pericoli che creano pei popoli e pei governi; meglio delle parole servirà la esposizione dei fatti. La loro opera, sommariamente, la farò giudicare da Carlo Luigi Farini, che scrivendo delle sette dei suoi tempi — specialmente delle reazionarie — parve anticipare la fotografia e il giudizio sulle contemporanee. «I governi che istituiscono sette governative o ne accettano gli aiuti, scrisse il celebre moderato romagnolo, vengono a termine di quegli individui, i quali essendo istitutori o direttori delle sette di opposizione, invece di guidarle ne sono guidati, e costretti ad operare, buono o mal grado a posta di quelle. Nessuna idea è più autopetica all’idea di governo, quanto l’idea di sette. Governare vale ed importa moderare l’umana associazione a vantaggio dei più, secondo gli eterni principii della giustizia e della ragione: far setta vale ed importa imporre ai più le opinioni, le volontà, le passioni dei meno, cioè sragionare, scapestrare sovente, sgovernare sempre; le sette governative hanno poi questo peggiore sconcio, che trascinando il governo ad operare ingiustizia, attentano al principio morale dell’autorità, e la rendono così esosa, che gli uomini non la considerano altrimenti come una necessaria tutrice e moderatrice, ma come una nemica da invigilare con istudio e guerreggiare con perseveranza»[18].

È logico e naturale che dove più intensa fu l’opera delle sette per trascinare il governo alla reazione, ivi più clamorose siano state le manifestazioni e gli atti di grazia perchè scongiurati i pretesi pericoli corsi dalla patria e dalla civiltà — cioè dai loro interessi.

A Milano, perciò, non appena cessato il primo periodo della reazione — quello della repressione sanguinosa — si assiste ad un nauseante scambio di ringraziamenti e di congratulazioni che ricorda lo spettacolo vergognoso dei tempi peggiori del servilismo e della tirannide. La deputazione provinciale, il consiglio comunale di Milano, alcune associazioni politiche mandarono al generale Bava Beccaris indirizzi traboccanti di riconoscenza, nei quali l’esagerazione e la menzogna colle forme di rettorica sbilenca arrivano alle lodi smaccate per la energia, per la intelligenza, per gli elevati intendimenti civili e patriottici spiegati nel salvare Milano dal saccheggio e dall’anarchia, e nel conservare all’Italia le gloriose istituzioni vigenti[19].

Della sincerità e del valore delle manifestazioni di una parte delle classi dirigenti lombarde molti dubitano ricordando che rettoricume analogo venne adoperato sotto l’Austria e in favore dei generali che salvarono le istituzioni di allora contro coloro che, complessivamente, sono i governanti di oggi. La storia somministra parecchi esempi degradanti di questo invertimento di parti e di questi trapassi repentini dalla condanna all’apoteosi, e viceversa. Checchè ne sia della sincerità della riconoscenza manifestata è, però, assai probabile che un militare, ignorante le vicende della storia, l’abbia accettata come oro di coppella e si sia lasciato suggestionare sino a dirigere all’esercito quest’ordine del giorno, che costitusce l’esaltamento più caloroso dell’opera propria: