Milano, 10 maggio 1898.
Il tenente generale
R. Commissario Straordinario
F. Bava Beccaris.
Questo appello, fatto quando era cessato ogni simulacro di lotta, dove non c’erano nemici da respingere, dove i quartieri, i depositi, le vie di comunicazione erano in potere delle truppe, fa comprendere che in una vera guerra guerreggiata, i soldati italiani, in mancanza di cittadini che possano essere incitati a fornirli di rancio, devono morire di fame o provvedere all’esistenza col saccheggio barbarico e medioevale.
Questo appello, non abbastanza notato da coloro che si occupano della difesa dello Stato, dà la misura della organizzazione del servizio delle sussistenze e commenta e completa eloquentemente la guerra d’Africa coi pasti poco omerici forniti dalle cosce di muli morti per esaurimento.
La fantasia ariostesca trascinò il Generale Bava Beccaris, che confidava nei cittadini pel fornimento dei viveri alle truppe, a deplorare che gli stessi cittadini abbiano concesso ai rivoltosi di salire sui tetti per gettare tegole sulla via e di sparare dalle finestre sui soldati... (Manifesto del 10 maggio).
L’opera politica e civile del Regio Commissario Straordinario, infine, può desumersi dai consigli dati al clero, che non aveva preso la menoma parte nei tumulti; dai rimproveri altezzosi rivolti al cardinale-arcivescovo di Milano perchè era venuto meno ai suoi doveri; e dalle ipocrite e stravaganti risposte date agli onorevoli Mussi e De Cristoforis ed al signor Edoardo Sonzogno, che domandavano il permesso — alla fine del mese di maggio — di potere ripubblicare il Secolo. Il consiglio dato al Sonzogno di adibire gli operai, per dar loro lavoro, specialmente nelle pubblicazioni che hanno di mira l’istruzione e l’educazione della gioventù, venendo da un uomo di caserma, riesce un capolavoro di ironia grottesca. (Lettera al sig. E. Sonzogno del 27 Maggio 1898).
Ma tutte queste opere militari, politiche e civili non possono giustificare la dignità senatoria e il più alto grado nell’ordine militare di Savoia, accordati al Generale Bava Beccaris; il quale avrà creduto di ripagare il ministero di tanta generosità verso di lui dimostrata, col famoso rapporto del 29 Maggio.
In questo rapporto si fece strazio della verità con una impudenza non mai riscontrata per lo passato nei documenti ufficiali e non prevedibile neppure, forse, dallo stesso senatore Saracco quando consigliò il Presidente del Consiglio a far conoscere agli italiani una verità a scartamento ridotto. Fra le tante perle colate a getto continuo dalla penna dello espugnatore dei Cappuccini, segnalo queste: L’illustre generale vi afferma che in Borsa, durante le giornate di Maggio, vi era allarme e che molti intendevano sbarazzarsi dei titoli di rendita italiana; che l’Università di Pavia era un covo di rivoluzionarî e i suoi studenti erano venuti a Milano per prendere parte alla rivoluzione; che il legato Loria era divenuto il tesoro di guerra della rivoluzione; che tutte le precedenti autorità politiche erano state deboli, incostanti nella difesa contro i partiti sovversivi; che c’era apatia nel partito dell’ordine ed indifferenza nelle classi dirigenti ecc., ecc.