Questa giustizia procede innanzi secura perchè non è alle sue prime armi. Ha progredito dal 1860 in poi: si è provata in Sicilia e nel mezzogiorno contro Garibaldi e i suoi, contro i renitenti, contro il brigantaggio; ha ripetuto le prove a Palermo nel 1866; nell’Emilia — quando il pane fu impastato col sangue — con Lobbia, con Barsanti, con Tanlongo; si fortificò nel 1894 in Sicilia. Ora è adulta, è forte, è vigorosa.
Ella passa terribile..... ed è cieca affinchè la vista di colui che dovrà essere colpito dalla sua spada non la conturbi e non la trascini a parzialità; ed ha la bilancia in mano affinchè il pro ed il contro venga equamente pesato. Si può sospettare che abbia falsi i pesi e disuguali i piatti? Può anche temersi che, per essere troppo giusta, la questura tolga di mano, alla Dea venerata, pesi e bilancia?
Può sospettarlo un giornale maldicente e farlo sospettare coi suoi pupazzetti (Don Chisciotte); ma per togliere ogni pericolo che le venga arrecata offesa, la forza si è messa a disposizione della giustizia; l’esercito l’ha messa sotto la sua protezione e la fa amministrare nei tribunali militari.
Dicono che questa giustizia italiana del 1898 non sia quella consentita dallo Statuto e voluta dalle leggi; chi lo dice non è un malcontento, un volgare brontolone: è un uomo d’ordine, che presiede la più alta e importante Magistratura del Regno, la istituzione destinata controllare tutta l’azione del governo. È il senatore Finali che nella Gran Corte dei Conti si è rifiutato a registrare i decreti relativi allo Stato d’Assedio, da cui contortamente si volle far derivare il diritto di sottoporre i liberi cittadini a Tribunali eccezionali di Guerra esplicitamente condannati dallo Statuto[30].
A che pro discutere delle legittimità dello Stato di Assedio e dei Tribunali Militari quando essi sono un fatto che l’Italia ha subìto e che il Parlamento ha approvato? La discussione teorica in questo momento non conta; meglio esaminare se questa giustizia eccezionale ha assolto bene il compito suo sanando anche i vizî possibili della sua origine; più utile indagare se la giustizia, amministrata da questi Tribunali eccezionali, abbia aumentato il prestigio dell’Esercito da cui emanano, colla serietà dei reati puniti, colla correttezza nella istruzione dei processi, colle garanzie indispensabili accordate alla difesa, colla sapienza dei giudici, col tatto nella direzione dei dibattimenti, colla equità nell’applicazione delle pene.
Un uomo d’ordine per il primo nella Camera dei Deputati, l’on. Galimberti, discutendosi l’autorizzazione a procedere contro i deputati Bissolati, Costa, De Andreis, Morgari e Turati osservò: che nel modo come si facevano funzionare i Tribunali di Guerra e colla competenza a giudicare di frivolezze per le quali dovrebbe bastare un Vice-Pretore, si toglie alla istituzione la solennità dei giudizî suoi e si attenta all’autorità ed al prestigio dell’esercito. Fu più esplicito e più alto chi meno era sospettabile di tenerezza per i rivoltosi, chi non può non avere a cuore l’esercito di cui fa parte: il colonnello Siacci, infatti, in Senato ebbe a pronunziare gravi parole sui Tribunali di Guerra istituiti nel 1898 e che egli vide funzionare a Napoli.
«I recenti bandi militari, disse l’illustre Senatore, hanno allargata smisuratamente la cerchia delle attribuzioni dei Tribunali di Guerra, chiamando questi Tribunali a conoscere anche delitti contemplati dal Codice penale comune, delitti le cui figure non sempre si riesce chiaramente a distinguere senza un certo acume, senza una certa pratica di diritto penale. Per esempio, l’istigazione a delinquere. Un articolo di giornale, quattro chiacchiere fatte al caffè, il discorso stesso che ho l’onore di fare in questo momento al Senato, diventano facilmente istigazione a delinquere.[31] Dal Ministro guardasigilli, perciò, invoco che si provveda ad una revisione sollecita, sia pur sommaria, di tutti i processi, e ad una pronta riparazione di molte condanne eccessive, per non dire ingiuste. Egli è ministro di grazia e di giustizia, ma in questo caso la grazia e la giustizia fanno una cosa sola.... Io questo invoco, non solo per amore della giustizia, ma anche nell’interesse del prestigio dell’esercito. Fanno più male all’esercito certe ingiustizie a freddo che venti uomini caduti sotto una scarica provocata da una folla che insulta la truppa; e mal provvede al suo prestigio tanto chi l’obbliga a subire impassibile coll’armi al braccio le replicate offese della piazza, quanto chi gl’impone funzioni odiose, contrarie alla sua stessa natura»[32].
Ma il deputato e il senatore forse avevano le traveggiole scorgendo certi pericoli dove non c’erano? Così pare.
I Tribunali di guerra, invece, si occuparono di certi reati gravi, che avevano davvero bisogno di una punizione esemplare, solenne! Vediamo.
Un Caimi prende due anni di reclusione e 500 lire di multa per rottura di lampioni; un Majocchi viene condannato perchè dà dello stupit, del macaco ad una sentinella. Non è ben sicuro che quelle parole fossero indirizzate alla sentinella; ad ogni modo il capitano De Caroli che tradusse l’accusato in Tribunale, riconobbe che il Majocchi pronunziò quelle parole per fare lo spiritoso! Un Bianchi compare innanzi al Tribunale di guerra perchè chiama cappellone un brigadiere dei carabinieri; Pedotti e Brusa, alla loro volta, vengono condannati perchè chiamano mangiapagnotta un tenente di cavalleria che passava in carrozza. A Firenze si danno otto mesi di reclusione al Cassi perchè chiamò pagliacciate gli arresti. Nella stessa Firenze si procede contro Melani perchè ha chiamato mangiapatate un sott’ufficiale che non può mentire, dice il Presidente. E questa perla di Presidente, ad un accusato che dice di aver deplorato i tumulti, dà una lezione di fierezza esclamando: Come!... voi socialista, deplorate le gesta dei vostri compagni?...