Questi ed altri casi simili a Milano. C’è di meglio — ossia di peggio — a Napoli. Filosa, un ragazzo, prende tre mesi di detenzione per avere gridato: E billoco! (Eccoli!) — una frase trovata nell’agosto 1893 per avvisare l’arrivo di dimostrazioni e degli agenti di polizia. Verniero, il famoso gobbetto il cui caso fu portato in Senato dal colonnello Siacci, ebbe due anni di reclusione perchè leggeva i giornali al caffè e li commentava, manifestando delle simpatie pel socialismo; si badi: lettura e commento precedettero la proclamazione dello stato di assedio. Un ragazzetto si buscò quattro mesi per avere abbattuto(?) un albero; tre donne rispettivamente ebbero un anno, 9 mesi e 7 mesi di reclusione, per aver preso parte ad una pacifica dimostrazione; 2 anni ciascuno ebbero Del Giudice e Carozza per avere presentato al Prefetto, la mattina del 30 aprile, una commissione di donne: erano stati arrestati la stessa sera, ma vennero rilasciati spontaneamente l’indomani perchè non si era trovata alcuna ragione per processarli. Altri tre, nello stesso processo e per gli stessi reati(?) ebbero un anno, due anni e mezzo e tre anni; 18 mesi per uno altri tre ragazzi per avere abbattuto un palo. Bavarese e Fiore di Torre Annunziata, due donne, ebbero tre anni per una, con 6 mesi di segregazione cellulare per avere detto che sarebbe avvenuta la rivoluzione come nel 1848. De Cicco ebbe 8 mesi per avere eccitato all’odio di classe in Pomegliano d’Arco cogli articoli pubblicati a Gallipoli. Alcuni soldati delle compagnie di disciplina ebbero 3, 4 e 5 anni di reclusione come accusati d’insubordinazione e di anarchismo, per avere detto, vedendo maltrattare un compagno: queste sono boiate! Il soldato Muscari fu condannato a 7 anni e mezzo di reclusione per avere sfidato un tale in borghese, che lo aveva insultato perchè gli chiese un cerino per accendere un sigaro. E sì che il Tribunale gli accordò le circostanze attenuanti... Sotto gli abiti di un borghese si nascondeva un ufficiale e il disgraziato ebbe il torto di non accorgersene!

I processi e le condanne per contravvenzioni di ogni genere ai bandi non si contano; e furono tanti che i maligni dissero che si processava e si condannava per giustificare la continuazione dello stato di assedio; mentre si manteneva lo stato di assedio perchè i Tribunali Militari avevano ancora della carne al fuoco... Strano circolo vizioso!

Alla qualità dei processi svoltisi innanzi ai Tribunali Militari naturalmente doveva corrispondere e corrispose la quantità. Si vedrà dal riassunto statistico. Del pari è facile supporre che si sia proceduto con soverchia leggerezza — quale parola più mite potrebbe adoperarsi? — nello imbastire i suddetti processi.

Se la supposizione risponda alla realtà si può argomentarlo facilmente da quanto appresso. Base generale ai processi furono: le confidenze, le denunzie anonime, le asserzioni gratuite... ed umoristiche, altri elementi che se pur avessero avuto un valore intrinseco, c’erano passati sopra tanti anni a farglielo perdere completamente.

Mi sbarazzo alla lesta di questi ultimi e ne cito uno tipico; la lettera di Andrea Costa ad un Bordigiago di Padova... del 1881. Ma questo singolarissimo documento non potè essere valutato dai giudici militari, perchè la Camera dei deputati non gli accordò alcuna importanza, quantunque gliene abbia data una schiacciante l’on. Tommaso Villa! In compenso l’Inno dei lavoratori pubblicati nel 1884, mai sequestrato per lo passato, servì a fare aggravare la pena contro Filippo Turati.

In quanto alle confidenze e alle denunzie anonime, furono il prodotto dello spionaggio rimesso in onore come ai tempi dei passati regimi. A Milano, come a Firenze, come a Napoli, gli amici si guardavano sospettosi e non si comunicavano le impressioni che con straordinaria circospezione. Per Milano il fenomeno fu constatato da parecchi giornali; per Napoli posso aggiungere, per personale esperienza, che in qualche caffè dove riunivansi deputati e senatori, i più prudenti consigliavano spesso di parlare a bassa voce. E la prudenza non era superflua: al gobbetto dell’on. Siacci si appiopparono due anni di reclusione per avere chiacchierato in un caffè.

Lo spionaggio assunse tali proporzioni che ben cinquemila lettere anonime furono indirizzate alla polizia nella sola Milano (Secolo). E la libertà, l’onore, la posizione dei cittadini furono lasciati in balìa dei miserabili che per invidia, per rancore, per bassa speculazione si abbandonarono all’infame mestiere di spia.

Era tanto iniqua la base di questi processi, che la Nazione di Firenze, benchè tardivamente — in Settembre — a proposito della perquisizione in casa del Prof. Pullè, protestò energicamente contro la perfidia dell’anonimo e delle denunzie false.

Quale influenza abbiano esercitata non solo sui processi, ma anche sulle condanne le confidenze delle spie si apprenderà da questo dato: la pretesa prova più importante contro Gustavo Chiesi fu quella di essere stato visto in carrozza in luogo dove vennero erette delle barricate. Negava l’accusato; affermava il questore Minozzi, che l’aveva saputo da persona che non volle nominare. Meno male se una semplice guardia, un carabiniere, a viso aperto, avesse deposto di averlo visto!

L’insieme delle deposizioni degli agenti della forza pubblica, delle confidenze, delle denunzie portava seco l’impronta evidente della falsità. E per falsi bollò i rapporti alla Questura il tenente difensore Forzano nella udienza del Tribunale di Milano del 18 Giugno. E lo stesso avvocato fiscale in Firenze rimprovera aspramente una guardia di pubblica sicurezza a nome Ghezzi per le sue palmari contraddizioni nell’accusa contro Teschi; ma Teschi viene condannato!