Gli ostacoli, spesso insormontabili, si sollevano al punto di origine dei documenti della difesa: il Prefetto di Ravenna, ad esempio, negasi, contro legge, a legalizzarne uno che doveva servire alla difesa di De Andreis. Del resto tutti i documenti possibili e immaginabili non pesano nella bilancia dei Tribunali militari.

Della libertà di difesa consentita agli accusati si avrà un idea da questo breve dialogo avvenuto nel processo pei fatti di Pomigliano d’Arco (Tribunale di Napoli): Imputato: Debbo dire mezza parola. Presidente: Dite pure. Imputato: Domandate al Signor Brigadiere.... Presidente: Oh! ne avete già dette cinque di parole... Basta! — E lo fa sedere. Ancora. Nel processo dei ferrovieri di Napoli: Imputato Fortina: Vorrei s’inscrivesse nel verbale questa circostanza.... Presidente: Qui non state nella vostra lega, ma innanzi al Tribunale di Guerra e basta che noi sentiamo; non occorre inserire nel verbale. In quanto a verbali — afferma Walter Mocchi in un giornale di Roma — gl’istruttori non si curano di fare firmare gl’interrogatori; ed a domanda rispondevano: «Non importa; tanto ve la vedrete col Tribunale il giorno dell’udienza!»

L’ottimo colonnello Mondino, Presidente di uno dei due Tribunali di Napoli, aveva dichiarato non occorrere verbale: bastare che egli sentisse. Avrebbe potuto bastare realmente se egli e i giudici suoi colleghi avessero sentito da tutte e due le orecchie. Disgraziatamente per la giustizia e ancora di più per gl’imputati, i Presidenti dei Tribunali di Guerra non sentivano che da una sola; sicchè la bilancia non poteva che essere falsa perchè la lancia non poteva pendere fatalmente che dal solo lato del piatto esistente, ch’era quello dell’accusa.

Lo dichiarano più volte ed esplicitamente i signori Presidenti dei Tribunali di Guerra, con grave scandalo di coloro che dai medesimi attendevansi giustizia spiccia e sollecita, perchè liberata dalle formalità curialesche, ma giusta. Detti illustrissimi Presidenti dichiarano che non volevano testimoni a difesa, o ne volevano pochi; pochi o molti, del resto, soggiungevano che non avrebbero loro prestato fede.

Queste dichiarazioni fatte caso per caso, improvvise, nel calore del dibattimento — se dibattimenti possono chiamarsi i monologhi dell’accusa — senza consultare i membri del Tribunale, costituivano in sè un’offesa alla dignità di questi ultimi ed erano contro la legge. Il Presidente, come argutamente osservò il Mocchi[36], anticipava la legge sul Giudice unico, e parafrasando il motto del Re Sole esclamava: Il Tribunale sono io!

Non c’è dubbio su questa che sembrerebbe una enormità incredibile se non fosse rigorosamente vera: il partito preso di impedire la presentazione dei testimoni della difesa. Chi percorre i resoconti dei Tribunali di Milano se ne può convincere; ed a Milano occorse il caso più clamoroso della condanna iniqua di un imputato, che aveva un omonimo, di cui non si vollero ascoltare i testimoni a difesa. L’iniquità è stata documentata dallo stesso Avvocato fiscale, che sotto l’aculeo del rimorso ha avanzato egli stesso la domanda di grazia al Re in favore del povero condannato.

Si capisce, però, la renitenza dei Presidenti a sentire i testimoni a difesa: li credevano perfettamente inutili, perchè non degni di fede.

Lasciamo apprendere al lettore la grave circostanza dal drammatico resoconto dei dibattimenti. Siamo a Firenze nel processo pei tumulti di Figline. Il tenente Thermes, a difesa del colono Nocentini, presenta una lista di otto testimoni; non se ne ammette che uno. Il difensore ci tiene al numero: Presidente: al numero e a qualche cos’altro.... Tenente Thermes: Sta bene: ma se otto testimoni deponessero che il Nocentini non si mosse del lavoro... Presidente: Anche se fossero cinquanta sarebbe lo stesso (Mormorio). I carabinieri e le guardie hanno deposto in modo da non lasciar dubbio, dando prova di possedere una memoria assai lucida. Tenente Thermes: Eccezionalmente lucida... Presidente: Qui non si tratta di far discussione. L’incidente è esaurito. — E Nocentini è condannato. Lo stesso Presidente del Tribunale di Firenze dichiara: Si citano solamente i testimoni che possono deporre su cose importanti! (Processo Guiducci e Teschi).

A Napoli. Processo di Resina. Presidente: D’Antonio Maria, alzatevi. Negate pure se volete: ma vi avverto che non crederò una parola di quanto direte. — Processo di Giuliano. Tenente Susanna: Il mio difeso ha citato quattro testimoni, che non sono presenti. Presidente: oh! se lei lascia fare a quelli lì, faranno venire a testimoniare tutta Giuliano! E fa comprendere che se tutta Giuliano venisse, non servirebbe a scuotere l’edifizio dell’accusa.=Nello stesso processo. Un imputato: Ma io tengo i testimoni... Presidente: Oh! per me i vostri testimoni valgono zero. Per me i testimoni buoni sono i carabinieri e le guardie.

In quanto a Milano, i dialoghi hanno forma più garbata; ma il succo è lo stesso ed è questo: il Presidente non accorda valore al numero e alle qualità dei testimoni a difesa. Ne accorda tanto poco a tutta la difesa, che a Filippo Turati preannunzia la condanna. E su questa inezia giuridica l’on. Barzilai ha presentato una interpellanza alla Camera dei Deputati. I criterî del magistrato sulla utilità della difesa appaiono nella loro ributtante nudità nella risposta che lo stesso Presidente dette all’onorevole De Andreis: Ma crede lei che il tribunale sia disposto a prestar fede alle sue difese?...