Fermiamoci un istante sulla questione dei testimoni. Il difensore tenente Ponti, nel 36º processo di Milano, con amarezza, che gli fa onore, diceva: «Prima di terminare, noto che le risultanze dei vari processi m’inducono a credere che è assai più facile il venir qui ad accusare che a difendere. È noto: 1º che si ha tendenza a prestare maggior fede a chi accusa che a chi difende; 2º che le classi meno elevate dimostrano di possedere in misura ben ristretta quella qualità che si chiama coraggio civile e che fa ritenere fra i più sacri doveri quello di saper difendere a tempo e luogo il proprio simile, lasciando a parte il timore di conseguenze spiacevoli».
No, tenente Ponti! Non è il coraggio civile che mancò alle classi meno elevate. Egli è che i rappresentanti delle classi più elevate resero assai pericoloso l’adempimento del proprio dovere. I testimoni della difesa andavano incontro al pericolo di essere incriminati, — e si arrestò il Sartori a Firenze perchè l’Avvocato Fiscale dichiarò essersi formato il convincimento ch’esso mentiva — mentre non s’incriminarono mai i testimoni dell’accusa anche quando il mendacio loro era lampante. E poi, a che pro’ esporsi a questi pericoli? Anche quando in favore degli accusati vanno a deporre gli uomini che occupano le più elevate e delicate posizioni sociali, il risultato non muta: si nega a loro la fede, che si accorda intera alle guardie di P. S., ai carabinieri, agli anonimi, alle spie reclutate nei più bassi fondi sociali. Un’enorme quantità di testimoni appartenenti alle classi dirigenti depone in Firenze in favore dell’Avv. Crosti; e Crosti è condannato; il Comm. Pirelli depone in favore di Turati: Turati è condannato. L’on. Colombo depone in favore di De Andreis: De Andreis è condannato. Il capo del gabinetto del Questore di Napoli depone in favore di Lamberto Sbarra: Sbarra è condannato. Il capitano dei carabinieri che ha il servizio politico in Napoli depone in favore di De Cicco: De Cicco è condannato. Il tenente colonnello comandante l’arsenale di Castellammare di Stabia depone in favore di Scognamiglio: e Scognamiglio viene condannato. Il Senatore colonnello Siani depone in favore di Verniero: e Verniero viene condannato....
A che cosa possono servire i testimoni più degni di fede quando un sostituto avvocato fiscale Ricci (processo dei socialisti di Monza, 30 Giugno e 1 Luglio) dichiara che non sono attendibili i testimoni tutti, tra i quali il Sottoprefetto di Monza? c’è di meglio: nell’udienza del 1 Giugno a Firenze, un maresciallo dei carabinieri afferma e il fornaio Beccani nega. E il Presidente: non esito a credere piuttosto al valoroso maresciallo, che al Beccani, ch’è un pusillanime!
Non è tutto. Se mancano i testimoni della stessa accusa, non si manda in libertà l’imputato, ma si rinvia il processo per supplemento d’istruttoria sino a tanto che si riesce a condannarlo per un qualsiasi plausibile motivo. Ciò accadde ad un Raffaele Esposito in Napoli.
Con processi istruiti con metodi assolutamente incivili e nella mancanza completa di una vera difesa, le probabilità in favore di giudizi giusti rimanevano attaccate al filo sottilissimo delle qualità personali dei giudici: dovevano supporsi in loro eccezionalmente sviluppate l’intelligenza e l’equanimità.
In generale, dello sviluppo intellettuale di un individuo si ha un primo ed importante indizio nel tatto, nella garbatezza, nel sapere rispettare quelle che sono le regole del galateo. Questo rispetto imponevasi specialmente di fronte agli accusati, che presentavansi innanzi ai Tribunali militari in così straziante inferiorità.
Usare modi cortesi verso questi poveri inermi costretti a combattere contro uomini ferrati, era un dovere più che una generosità; ma anche ogni residuo di gentilezza venne meno nelle pubbliche udienze e la brutalità della caserma si mise in evidenza in tutta la sua bruttura. Si dice che delle invettive, dei sarcasmi inopportuni, ingenerosi, adoperati dal colonnello Parvopassu nei primi dibattimenti davanti il Tribunale militare, si scandalizzarono anche in alto e gli furono rivolti consigli di temperanza. Ammansato egli arrivò al processo De-Andreis-Turati, nel quale volle dar mostra di gentilezza col rivolgere a Turati qualche complimento — senza sarcasmo — egli stesso fu costretto ad aggiungere — sapendo che non sarebbe stato creduto sincero. Chi alla brutalità ed alle ingenerosità aggiunse i tratti del buffone, fu il colonnello Mondino che credette poter passare alla storia provocando indecentemente l’ilarità del pubblico nel distribuire secoli di galera.
Di lui ricostruì la ributtante silhouette il Mocchi nell’articolo cennato e credo doveroso non insistervi oltre; aggiungo soltanto, che suscitò la nausea il Presidente del Tribunale di Milano quando tentò vilipendere villanamente l’on. Maffi. E che dire di quel tenente colonnello Giacosa che alla fine della udienza del 9 agosto, in Firenze, consiglia gli accusati: se vi vengono tra i piedi socialisti e anarchici, mettete una mano nell’orologio e l’altra nel portamonete?
In questi processi pei tumulti di Aprile e Maggio 1898 non occorreva soltanto l’ordinaria sapienza giuridica; ma era indispensabile pure una discreta conoscenza delle scienze politiche e sociali, senza la quale non potevansi valutare al giusto i fatti e si dovevano scorgere dei reati dove tra i popoli civili non se ne scorge traccia alcuna. Ora, l’ignoranza dei giudici militari su questo si chiarì sbalorditoria ed indusse il colonnello Parvopassu a chiedere all’Ing. Valsecchi cosa s’intendesse dai socialisti per conquista dei poteri pubblici; a Maffi imputava a delitto — eccitamento all’odio di classe — il parlare di sane e pratiche rivendicazioni del proletariato; a Gustavo Chiesi rimproverasi il discredito gettato sull’esercito colle sue critiche della campagna d’Africa del 1887; e sempre si videro terribili reati nelle frasi: lotta di classe, leghe di resistenza, ecc., ecc.
Nel campo giuridico, l’ignoranza non era minore; e preferisco attribuire ad ignoranza certi errori e certe contraddizioni, che altrimenti si dovrebbero ascrivere a brutale malvagità.