E nel processo di Figline, che fu seguito, come sappiamo, dalle più severe condanne, la stessa sentenza ammette l’influenza della propaganda dei partiti sovversivi, ma esclude l’associazione a delinquere ed il complotto.

Per Milano, siccome nei tumulti escludevasi l’azione determinante del disagio economico, così potè sorgere spontaneo e sincero il sospetto della cospirazione e dei motivi politici tanto nella stampa locale quanto in quella del resto del regno. Il sospetto divenne certezza per gli organi conservatori e reazionari.

Il Corriere della Sera, in prima pagina, all’indomani dei fatti del 7 scriveva: «La questione del pane è passata in seconda linea, anzi qui non vi fu mai. Essa servì di pretesto agli organizzatori dei disordini per ispingere giovani incoscienti, operai mal consigliati, donne, ragazzi ad eccessi che a Milano non si sarebbero mai creduti possibili». Meglio informato e più equanime, il cronista in seconda pagina spiega e corregge, ed augurandosi che i rivoltosi dalle misure prese vengano distolti da nuovi pazzi tentativi, soggiunge: «Ce lo fa sperare la mancanza di direzione e di organizzazione nella sommossa. I conflitti avvenuti ieri non indicano da parte dei tumultuanti, nessun disegno prestabilito. Le barricate furono improvvisate senza un concetto tattico e furono abbandonate senza essere difese. Salvo pochi revolvers, non si videro armi da fuoco in possesso degli assalitori(?). Nè si videro materie esplosive. Le colluttazioni avvennero alla spicciolata.... Non si nominano capi che dirigono la sommossa. Non si vedono proclami che diano una direttiva al movimento. Non si ode un grido che abbia un significato qualunque e che accenni ad una meta». (N. 125).

Questa la verità che non teme smentita. C’è voluto tutto l’accecamento partigiano della Perseveranza per affermare: «Il movimento del 7 ebbe un carattere rivoluzionario spiccato. La sommossa scoppiò in varî punti della città simultaneamente. I fatti si svolsero facendo credere ad un grandioso piano prestabilito di rivoluzione, di saccheggio, di devastazione». (Numero del giorno 8 Maggio). E il giorno 9 insiste accusando i repubblicani come autori principali, che trascinarono i socialisti. E la stolta accusa ripete il giorno 12 — quando erano noti tutti i dettagli, quando essa stessa sentivasi umiliata della breccia dei Cappuccini! — parlando dell’accordo dei repubblicani cogli anarchici, coll’imbeccata che i rivoltosi ricevevano dalla vicina Svizzera, in cui risiedeva la mente direttrice(?), lo stato maggiore del partito(?), del complotto ordito dai repubblicani e secondato dai socialisti senza entusiasmo, della distribuzione di rivoltelle fatta dai repubblicani, ecc., ecc. E tutte queste menzogne le dava come notizie precise ricevute da fonte attendibile circa la preparazione e l’organizzazione della rivolta, che troveranno la conferma nelle risultanze del procedimento penale....[40].

In questa criminosa aberrazione, la Perseveranza ebbe complici la Questura e l’accusa. L’identità assoluta del linguaggio autorizza ad ammettere che gli articoli del giornale conservatore, i rapporti del Questore Minozzi e degli altri delegati, gli atti di accusa le requisitorie degli Avvocati fiscali e il rapporto Bava Beccaris abbiano la stessa origine. A tutti le risultanze del procedimento penale inflissero la più clamorosa smentita, la più vergognosa umiliazione. Il Tribunale di guerra, infatti, escluse esplicitamente il complotto in entrambi i processi.

E per quanto quei giudici si siano mostrati sempre ingiustificatamente severi, il complotto non avrebbero potuto ammetterlo senza coprirsi di disonore. Non potevano e non dovevano prestar fede al complotto di casa Ceretti; non a quello presso la redazione dell’Italia del Popolo — dove sedeva il Comitato pro-repubblica che comprendeva il monarchico Valentini; — non all’antico accordo tra repubblicani, socialisti e anarchici, smentito da una serie interminabile di lotte e il cui solo sospetto avrebbe fatto ritornare anti-socialista Edmondo De Amicis. Nè potevano prendere sul serio la bandiera... di carta dell’anarchico Callegari sulla quale era scritto... Evviva la repubblica!

Meno ancora le contraddizioni di un disgraziato Avvocato fiscale Torre, che pei fatti del 6 Maggio, mentre afferma l’organizzazione di un vero e proprio moto rivoluzionario, negli accusati non trova che fannulloni, i quali si sono messi nella dimostrazione per fare del chiasso: fannulloni ai quali fa regalare sette anni di reclusione!

È innegabile: il Tribunale di guerra, escludendo il complotto, più che fare atto di giustizia, provvide alla propria dignità[41].

Sfumato questo umoristico complotto, che non ebbe capi, armi, programma, nè bandiera, e mancata completamente la dimostrazione della partecipazione ai tumulti dei giornalisti e dei deputati, non si riesce assolutamente a comprendere per quale titolo essi vennero condannati.

I motivi della condanna sfuggono ad ogni ricerca; ond’è che l’onor. Barzilai afferma essere entrato nell’aula dei Tribunali di guerra il simbolismo ibseniano, che fa scorgere in Turati, in De Andreis, negli altri accusati, dei simboli, delle personificazioni dei partiti ribelli. Altri chiama metaforici i reati attribuiti agli accusati e allegorici i processi; nei quali, con fantasia ariostesca, ai verbi parlare, dire, scrivere, professare... accompagnati ora da una ed ora da un’altra espressione avverbiale, come parlare con sarcasmo, parlare in modo sospetto, professare apertamente delle idee, scrivere articoli sui giornali — si attribuisce una speciale efficienza criminosa, quasi che le parole si possano tramutare in bombe, i discorsi in tumulti, le idee e gli articoli in corpi armati, ecc.!