Era possibile, era umano supporre, che essi sarebbero stati imparziali nella causa propria?

Intanto, per assurda ipotesi, si conceda che non ci sia stata sproporzione tra i tumulti e la repressione; che non ci sia stato l’eccesso di difesa esplicitamente ammesso dal Galimberti. Accettata questa ipotesi, sorge il dovere di un’altra disanima: perchè gl’italiani si abbandonarono alla sommossa?

In nome del diritto della difesa dello Stato si può ammettere che i rivoltosi, i tumultuanti siano anche impiccati; ma più che nel nome della giustizia, in quello della sapienza politica e della vera ragione di Stato, bisogna ricercare quali furono le cause che spinsero i cittadini al tumulto, o alla rivolta.

Questa indispensabile ricerca causale ha doppio interesse: 1.º assegna la vera responsabilità — massime in coloro, che col loro mal governo resero fatale la ribellione; 2.º provvede per lo avvenire: uomini veramente di Stato, infatti, non si contenteranno del ristabilimento momentaneo dell’ordine materiale, ma penseranno ad eliminare le cause che provocarono i tumulti, affinchè questi non si riproducano a scadenza più o meno lontana. Poichè, come ha riconosciuto un pubblicista dei più devoti alle istituzioni, «le cause delle ribellioni non sono mai negli uomini, ma nelle cose; e ogni provvedimento, giudiziario o di polizia, contro gli uomini, non serve a nulla, finchè le cose restino dopo, quali erano prima degli avvenimenti» (Rastignac).

La causa occasionale degli ultimi dolorosi avvenimenti è nota: il rincaro fortissimo del prezzo del pane. Questo fenomeno, però, non fu che la scintilla, la quale dette fuoco alle mine preparate e pronte.

La causa occasionale, del resto, in sè e da per sè era bastevole a produrre i più gravi perturbamenti; poichè il caro del pane fu davvero straordinario: arrivò a 54 centesimi il chilogramma a Soresina; da 50 a 60 in Napoli. L’efficienza di questo prezzo elevatissimo del principale alimento degli italiani — alimento quasi esclusivo nelle masse del mezzogiorno — potrà valutarsi al giusto ponendo mente a queste circostanze: 1.º salari bassi; 2.º disoccupazione prevalente; 3.º consumo del pane scarsissimo, anche prima del suo rincaro. Nel 1895 il consumo giornaliero del grano era in Italia di grammi 330 per abitante, mentre elevavasi a grammi 533 in Francia[54]. Figuriamoci se non si doveva trattare di vera fame nel 1898 quando il prezzo del pane venne raddoppiato!

Ma se il pane divenne carissimo in Italia, perchè prendersela col governo e coi municipi? Le folle furono guidate dall’intuito, che non le ingannò: le imposte dirette ed indirette di ogni genere che governo e municipi fanno gravare su di un quintale di pane, rappresentano il 42,85% del suo prezzo totale. (Fioretti).

Nè si dica che questo abbandonarsi ai tumulti ed alle sommosse per il prezzo e per la scarsezza del pane, cui si riduce nella sua più semplice e genuina espressione il disagio economico, sia propria caratteristica degli italiani: i famosi anglo-sassoni subiscono la stessa influenza ed agiscono alla stessa guisa degli italiani quando stanno male economicamente. Uno dei protagonisti del cartismo, lo Stephens, diceva che il movimento non fu solo politico, ma fu sopratutto una quistione di forchetta e coltello. E più di recente, celebrandosi il 60.º anniversario del regno di Vittoria, un altro scrittore constatava: «John Bull al verde è il più persistente dei malcontenti e svolge principi politici — ma sempre con un occhio volto agli affari futuri. Ma quando è sazio di carne e di birra, ha poche idee e la sua soddisfazione è completa.»[55].

Altri, riferendosi a questi avvenimenti del 1898 esclusivi dell’Italia, giustamente osserva: il nostro paese è assai sciagurato, è il solo in cui fenomeni economici comuni a tutta Europa abbiano una ripercussione così terribile; altrove, mali come questi si sopportano e si tollerano: da noi divengono insopportabili e intollerabili e provocano alla disperazione. Una crisi economica genera subito qui una grande miseria e la miseria genera un movimento tumultuario e folle che lungi dal diminuire il male, lo fa più acuto e lo aggrava di mille doppi; quale speranza di posare, di respirare, di risorgere possono nutrire regioni intere in cui la vita normale, il lavoro, i commerci sono sospesi?»

Così il Deputato Oliva nel Corriere della Sera (1898 N. 122). Poteva aggiungere che tumulti per il pane non ce ne furono — almeno nelle proporzioni dell’Italia — nemmeno nei paesi, nei quali, sotto la pressione del forte rincarimento del prezzo dei cereali, i governi rifiutaronsi ad abolire, anche temporaneamente, il dazio doganale sui medesimi.