La ragione per cui una crisi economica comune a tutta l’Europa produce soltanto in Italia effetti che non produce altrove, è chiara, evidente e nota da alcuni anni: da noi questa crisi rappresenta la goccia, che fa traboccare il liquido dal vaso; non è una vera crisi, ma la fortissima riacutizzazione di una grave malattia cronica preesistente.
Di una condizione economica morbosa della Italia veramente eccezionale si conoscono da tempo gl’indici diretti ed indiretti — analfabetismo, delinquenza, contrazione di consumi, espropriazioni per inadempiuto pagamento d’imposte, emigrazione, ecc., ecc. — e fu cecità dei nostri uomini di governo e delle nostre classi dirigenti il non avere tenuto conto degli ammonimenti severi ed inesorabili, che venivano fuori da tutte le pubblicazioni statistiche ufficiali del Comm. Bodio e dei loro illustratori.
Non c’era bisogno di attendere i tumulti di Sicilia del 1893-94, nè quelli del resto d’Italia, per prevedere che ogni ulteriore aggravamento del disagio economico esistente — ogni altro accidente che presso popoli in condizioni normali sarebbe passato inosservato, fra noi avrebbe prodotto conseguenze gravi, che all’osservatore superficiale sarebbero sembrate sproporzionate alle cause[56].
I fatti recenti — tumulti di Sicilia, dei Castelli romani, ecc. — aprivano gli occhi anche ai ciechi; figuriamoci a coloro che avevano scienza e coscienza delle vere condizioni economiche dell’Italia!
Egli è così che un conservatore liberale vero e sincero, quale il Marchese De Viti De Marco, nell’Ottobre 1897 spiegava col generale malessere economico quei fenomeni. E l’eminente professore dell’Università di Roma soggiungeva: «La politica del governo va in cerca dei sobillatori; invece è dessa che crea i pericoli.»[57]
La miseria dei lavoratori era trovata eccessiva e tale da non trovare riscontro in Europa se non in Irlanda, sin da quando Stefano Iacini — quale sobillatore! — scriveva il prezioso Proemio all’Inchiesta agraria. D’allora ad oggi la situazione, specialmente pei contadini, è peggiorata.
Quale si era ridotta la situazione giova conoscerlo dalla confessione consacrata in un documento ufficiale ancora più prezioso del Proemio di Iacini. Eccolo: «Il progressivo e costante aumento dell’emigrazione che in un decennio ascende all’altissima cifra di 2,391,139, come si rileva dal prospetto qui unito desunto dall’annuario statistico del 1895, la permanenza delle cause che ingenerano le manifestazioni di questo fenomeno sociale, e cioè il malessere profondo che affligge l’economia nazionale, la depressione generale dell’agricoltura e dell’industria, dovuta a ragioni di concorrenza mondiale e alla mancanza di capitali disponibili a miti condizioni per l’insufficienza del risparmio nazionale, la miseria dolorosa di alcune popolazioni agricole, la sovrabbondanza di lavoratori avventizi ognor crescente di fronte allo estendersi dei latifondi, alla soppressione dei grandi lavori pubblici, l’aumento stesso troppo rapido della popolazione povera, sono fatti di così grave importanza etico-sociale, che esigono la più alta e profonda considerazione da parte del governo.»
Chi è dunque quest’altro pericoloso anarchico, meritevole del domicilio coatto, che denigra l’Italia in faccia al mondo? L’on. Di Rudinì! Col brano sopra riportato, comincia, infatti, la relazione al disegno di legge: Costituzione dei Comuni rurali e delle borgate autonome, presentato alla Camera dei Deputati nella seduta del 13 Aprile 1897....
Potrei centuplicare le citazioni delle previsioni e dei giudizî analoghi al precedente, se non temessi di annoiare; ma non so resistere alla tentazione di riprodurre un brano di un discorso ispirato pronunziato da Giustino Fortunato in mezzo alla religiosa attenzione della Camera: «Io sono stato lungamente l’autunno scorso, diceva il rappresentante della Basilicata, in un angolo remoto del nostro Appennino, ove ho molto guardato intorno, molto osservato, molto ascoltato in tutte le classi sociali; ci sono tornato durante il periodo elettorale, e a me corre l’obbligo di dirvi che noi dormiamo sopra un vulcano! I lavoratori della terra nell’Italia meridionale, che nulla sanno di repubblica, nè di socialismo non hanno bisogno di essere agitati dalla propaganda dei partiti estremi perchè essi sono già abbastanza agitati e sospinti alla disperazione per conto loro; i lavoratori della terra tacciono laggiù, perchè credono di essere ancora deboli, ancora impotenti contro un ordine politico, la cui funzione principale è quella dell’esattore, la cui organizzazione tributaria rasenta il regime della confisca. Ma c’è nell’aria qualche cosa di quell’afa che annunzia e precede gli uragani, qualcosa, non so, come una tempesta sorda di odii e di rancori, che non può, a quanti aborrono, come io ne abborro, dalla violenza e dalla lotta di classe, non farci paventare e prevenire il pericolo. Il disagio economico; questa è la vera debolezza d’Italia; questa la sola forza dei suoi nemici. E la scienza politica non è così miseramente superba, che debba, io credo, non solo rifiutare gli avvertimenti, ma sdegnare financo gli avvisi»[58].
Nelle parole di Giustino Fortunato che furono materialmente ascoltate con attenzione ed anche con emozione, c’è qualche cosa di fatidico; ma le parole non si tradussero in quella forza affettiva, che conduce all’azione; ed ebbero egual sorte di quelle pronunziate da me il 31 Gennaio 1893 all’indomani della strage di Caltavuturo.