Il discorso del Deputato di Melfi è del Maggio 1897, quando non era sopraggiunta e non era prevedibile la crisi eccezionale del pane, quando non erano scoppiati i moti dei Castelli Romani e meno ancora erano alle viste quelli delle Marche (Ancona, Sinigaglia, Macerata, ecc.); ma non c’era bisogno di questi ultimi svegliarini per sentire ch’era tempo ed era dovere di cittadino e di politico il dare il grido di allarme, perchè la condizione generale, che andavasi maturando da un pezzo era evidentemente disastrosa.

La visione chiara di tale situazione non l’avevano soltanto gli studiosi solitari, che hanno agio di ricercare i dettagli e l’insieme ad una volta, ma s’imponeva anche agli uomini di governo ai quali spesso, per voler guardare lontano e nel complesso, sfugge la percezione esatta della realtà e non si accorgono delle piccole magagne, che, talora all’improvviso, fanno scoppiare una caldaia e con essa tutta la macchina dello Stato.

Per citarne pochi ed autorevoli, ricorderò che ebbe questa percezione esatta della realtà Ruggero Bonghi — un ex ministro di destra — che nel monito famoso dato al principe avvertiva: «Il pericolo di offendere le istituzioni attuali in Italia è maggiore che in Inghilterra perchè l’Italia è messa insieme appena da un terzo di secolo, malamente cementata, vanamente inquieta, conquassata da dolori di ogni sorta, ma tutti pungenti, economicamente disagiata, finanziariamente squilibrata, incerta in tutte le istituzioni sue civili e sociali, incalzata dal disavanzo, ed esitante o divisa tra il mantenere alleanze che le pesano o scioglierle con pericolo di essere minacciata da altre parti. E questo forse è peggio: che ciò che altrove è effetto di ricchezza mal distribuita, qui è effetto di miseria ugualmente distribuita[59].

Da Bonghi a Saracco, dalla destra alla sinistra, da un temperamento e da una origine tanto diversa nell’uno e nell’altro, il salto è grande; ma a quattro anni di distanza, il secondo riesce alla esplicita conferma del giudizio del primo; e vi riesce con una dimostrazione che si può risparmiare ai lettori, perchè viene magnificamente riassunta nel titolo dell’articolo: Siamo poveri o non siamo?[60]

Lo stesso Saracco, immemore di essere stato compagno al governo di Francesco Crispi che colle sue follie militari era stato causa precipua del dissesto finanziario dello Stato ed economico della nazione, in una critica mordace delle illusioni e dell’ottimismo di Luigi Luzzati sul fondo di sgravio, dopo aver detto che le leggi in Italia si fanno per ingannare il prossimo, riesciva a questa conclusione ultra sobillatrice: «Che dire della serietà di queste promesse, innanzi ad un programma che le mette tutte bravamente a dormire? Non sarà ancora il protesto, ma sarà per lo meno la moratoria, che precede il fallimento. Ora i popoli sono pazienti, ma non sopportano a lungo di essere ingannati»[61].

Certamente questo è un linguaggio che se fosse venuto da un repubblicano o da un socialista, sarebbe stato ritenuto un eccitamento, una preparazione alla ribellione; ma, ripeto, esso corrisponde alle verità. Va notato altresì, che la condizione del bilancio, se direttamente riguarda lo Stato, rimane un indice eloquente della condizione economica della nazione: l’instabilità o il deficit dell’uno rispecchia la corrispondente situazione dell’altra[62].

Alle illusioni sul bilancio dello Stato fanno riscontro quelle del risparmio nazionale, che dà luogo a tante volate liriche, basate esclusivamente sull’aumento dei depositi delle Casse di risparmio ordinarie e postali. Su questi aumenti in generale deve osservarsi, che sono un fenomeno naturale derivante dall’aumento parallelo della popolazione e dello spirito di previdenza che comincia a penetrare da per tutto e induce molti a collocare a tenui interessi quel peculietto che prima tenevano nascosto nel fondo di una cassetta; nonchè della sfiducia crescente in altri istituti ed in altri impieghi. Infatti l’aumento nelle casse di risparmio ordinarie in lire 277 milioni dal 1886 al 1896 e di lire 205 milioni in quelle postali dal 1886 al 1894 ha la sua dolorosa contro partita nella diminuzione di lire 514 milioni di altre Banche e società di credito dall’anno 1886 al 1894 per alcune e 1895 per altre[63].

I calcoli e le previsioni degli uomini di governo, colla piccineria reale o immaginaria della nostra vita politica, si possono supporre suggeriti da quel pessimismo che viene dalla nostalgia del potere, quando se ne è lontani. Se così fosse, potremmo contentarcene; ma pur troppo ci sono i dati statistici obbiettivi che vengano dal Bodio o dal Mulhall, riescono alla stessa conclusione: alla miseria nostra assoluta, umiliante, messa al confronto colla ricchezza di altre nazioni. Egli è così che il Prof. Federico Flora — un avversario deciso del socialismo — poggiandosi sui dati del Bodio e capitalizzando i 54 miliardi di ricchezza totale della Italia al 5% assegna un reddito medio per ogni famiglia di lire 350 all’anno: reddito buono a lasciarci morire di fame, egli soggiunge[64].

Questa dolorosa condizione economica si connette intimamente — in gran parte sta con essa in relazione di causa ed effetto — col regime tributario italiano, che pare fatto apposta per assottigliare lo scarso reddito, per impedire la formazione di capitale riproduttivo, per iscoraggiare le industrie nuove. Un rapido sguardo al nostro meccanismo finanziario ed alla sua funzione, tradotti in poche cifre, vale più di molti lunghi discorsi e di qualunque elegante dimostrazione[65].

Ricchezza privata Per capo
Quinquennio 1873-77 Miliardi 42,2 L. 1507
Quinquennio 1888-92 » 54 » 1768
Aumento 28% 17%
Spese pubbliche Per capo
Quinquennio 1873-77 Milioni 1133 L. 40
Quinquennio 1888-92 » 1626 » 52
Aumento 40% 30%