In Inghilterra il rapporto tra la spesa e la ricchezza è di 1⁄77; in Francia di 1⁄68; in Italia di 1⁄32. E più chiaramente: supponendo una ricchezza di L. 10,000 sulla medesima un inglese pagherebbe L. 130, un francese L. 147, un italiano L. 307. (Flora).
A più amare riflessioni dà luogo la ripartizione del prodotto delle imposte: la spesa.
Nel bilancio del 1895-96 figuravano:
| Spese per debito pubblico | Milioni | 685 | il | 42,5 | % |
| Spese militari | » | 443 | » | 27,5 | % |
| Spese di riscossione | » | 160 | » | 10 | % |
| Spese per servizi civili | » | 318 | » | 20 | % |
Si apprende in questa guisa che le spese improduttive rappresentano l’80%; mentre per le produttive non resta che il 20% (Flora). Se si pensa che nelle spese dei servizi civili ci sono quelli che rendono — ad esempio poste e telegrafi — si scorgerà che la quota reale della spesa pei servizi civili è inferiore a quella sopra indicata; che era del 33% nel 1862. Evidente dunque il continuo peggioramento sotto questo aspetto: la contrazione delle spese pei servizi civili — specialmente nei lavori pubblici — spiega il crescente fenomeno della disoccupazione. (Conigliani).
Ma su chi pesano maggiormente le imposte che alimentano le spese pubbliche così malamente ripartite? Ecco il lato più doloroso della questione. Le cifre confermano la sintesi esposta altra volta dall’on. Giolitti, e cioè: che in Italia c’è una progressione tributaria al rovescio. Infatti sui 1361 milioni, che rendono i tributi — imposte sui terreni, sui fabbricati, sugli affari, consumi e lotto — 731 milioni pesano sui meno abbienti e sulle classi lavoratrici (Flora) ond’è che rimangono completamente giustificati questi giudizii manifestati da due eminenti economisti appartenenti a due scuole diverse: «È cominciato un moto di reazione generale contro un sistema tributario selvaggio. Tutti gli interessi antagonistici delle classi dirigenti si rimettono di accordo quando si tratta di scaricare sulla massa dei consumatori una valanga di balzelli incivili e per affidare ai pezzenti il patriottico compito di tenere in pareggio il bilancio». (De Viti De Marco). La disonestà, pari soltanto alla impreveggenza delle classi dirigenti, rese addirittura intollerabile la condizione delle classi lavoratrici. «Nei Comuni si può, sotto l’egida delle leggi, col beneplacito dell’autorità tutoria, dare ascolto alle clientele locali, alle coalizioni di vergognosi interessi aggravando la mano sui più deboli contribuenti,» (Conigliani)[66]. L’iniquità tributaria così è completa: comincia per conto dei Comuni e si completa per conto dello Stato.
Ma vi sono sofferenze e sofferenze; variano per la intensità da una classe all’altra, dall’una all’altra regione.
Dove sono stabilite delle industrie importanti e che rivestono il carattere della moderna grande industria, non si può negare una relativa prosperità non ostante la intransigenza e la pedanteria del fisco, stigmatizzata fieramente da un ex ministro del Tesoro, che spesse volte la costringe ad emigrare[67]. Ma le miserie incommensurabili si riscontrano nelle regioni agricole; perchè il fisco italiano pare che abbia preso di mira specialmente l’agricoltura: con questa c’è la morte. I dettagli di questa persecuzione del fisco contro l’agricoltura sono scandolosi; ma qui basta ricordare i termini estremi di questo esoso e pazzesco fiscalismo. Mentre la terra tra tributi erariali e locali, paga il 16 per cento in Francia, il 15 in Germania, dal 13 al 20 in Inghilterra, in Italia le imposte assorbono dal 30 al 50 per cento del reddito prediale (Flora). In conseguenza di questo brutale sistema l’Italia vince il record nelle espropriazioni per causa d’imposta: ci furono sessantaquattromila vendite d’immobili rustici ed urbani dal 1 gennaio 1884 al 31 dicembre 1895, cioè 567 espropriazioni per ogni 100 mila abitanti e per ogni 3000 proprietari. Il 18,90% dei proprietari è stato espropriato! Queste cifre divengono più imponenti quando si considera: 1.º che nel 1895 il 76 per cento dei beni espropriati rimase aggiudicato al demanio, perchè non trovò acquirenti; 2.º che nel 62,49 per cento dei casi il prezzo di aggiudicazione dello immobile espropriato fu inferiore a 50 lire. Sono cose orribili e vergognose, esclama il Fioretti[68].
E lo stesso Fioretti saviamente osserva che più iniqua dell’imposta fondiaria riesce l’imposta agraria di ricchezza mobile sopratutto, perchè nelle campagne e nei piccoli centri nulla sfugge all’occhio linceo del Fisco, mentre nelle grandi città si può fortunatamente calcolare che almeno il 50 per cento del reddito tassabile sfugge all’imposta. È questa una fortuna singolare, egli soggiunge; se fosse altrimenti, la vita economica dell’Italia sarebbe materialmente strozzata da un giorno all’altro[69].
Con ciò rimane dimostrato che l’antica affermazione del De Laveleye sul collettivismo fiscale non è una immagine rettorica, ma una rigorosa realtà, che induce il Flora e il Fioretti a riconoscere che il vero nemico della proprietà privata in Italia è lo Stato e non il collettivismo; il primo fa fatti; il secondo semina idee; il Fisco rappresenta un pericolo presente; il collettivismo un pericolo futuro e assai remoto[70].