Le maggiori sofferenze dell’agricoltura e delle classi agricole dicono di primo acchito che il disagio economico dev’essere di gran lunga superiore nel mezzogiorno d’Italia e nelle sue due maggiori isole. Questo disagio maggiore vi è sottolineato: 1.º dalla più numerosa emigrazione delle classi agricole; 2.º dai minori consumi; 3.º dal maggiore numero di espropriazioni; 4.º dalla enorme sproporzione nello accumolo dei risparmi. E mi fermo a questi soli quattro indici diretti della condizione economica[71]. Essi bastano ad assodare irrefragabilmente la miseria squallida del mezzogiorno prevalentemente agricolo e la relativa agiatezza del settentrione prevalentemente industriale; o dove, almeno l’industria è tanto prospera che rimargina le ferite sanguinanti dell’agricoltura[72].
Queste diversità di condizioni economiche spiega tutta la fenomenologia sociale diversa tra il settentrione e il mezzogiorno e dà la ragione dei tumulti più frequenti, che si deplorano nella bassa Italia, sebbene non vi esistano nè socialisti almeno organizzati come partito — nè propagande socialiste e meno ancora repubblicane[73].
È la miseria maggiore, che spinge per fame ai tumulti; e la miseria è determinata da un sistema tributario la cui rapacità supera quella deplorata da Salviano; quella descritta da Vauban nella sua Dime Royal sotto l’Ancien régime. Nessuno si meraviglia più che siffatte cause in Francia abbiano dato come risultato la grande rivoluzione dell’89; c’è da meravigliarsi come non lo abbiano dato altrove. Lo daranno in Italia, se non si muterà strada. Di ciò cominciano ad essere convinti anche i conservatori.
Un conservatore dei più convinti qual’è il Fioretti, nel mezzogiorno riconosce che gli ultimi moti sono stati l’espressione della profonda crisi economica che travaglia la patria nostra; e la crisi alla sua volta è determinata unicamente dalla enormità del nostro sistema tributario. Di che, in teoria, pare che siano anche convinti i conservatori lombardi.
La Costituzionale di Milano, il 7 giugno 1898, votò un ordine del giorno in cui invocava la sollecita restaurazione degli ordini economici ed amministrativi del paese affine di scemare il disagio che lo affligge.
L’on. Colombo in altra riunione della stessa associazione (17 maggio) disse disastrosissime le nostre condizioni economiche. Non fu meno severo l’onorevole Prinetti, parlando al Circolo Popolare (20 Maggio), verso il Fisco e verso il nostro sistema tributario; ivi e allora un Socio dello stesso circolo, l’Albasini Scrosati, disse profonda la miseria del paese. Si commossero anche i giovincelli dell’Associazione monarchica fra gli studenti che trovarono non solo soverchiamente fiscale il nostro sistema tributario, ma anche gravante in modo sproporzionato sulle classi meno abbienti[74].
Mi sono fermato sui giudizi dei conservatori lombardi con particolarità perchè essi sono stati e sono i più rabbiosi nell’invocare ferro, fuoco e galera contro i sovversivi; essi, perciò, erano i più interessati nel diminuire l’importanza delle cause vere dei tumulti. Pure l’evidenza si è imposta anche a loro e li ha costretti a confessioni che suonano condanna severa dei loro metodi di governo; metodi di governo che si riassumono nella esclamazione brutale, ma vera di Don Albertario. «Ah! canaglie, voi date piombo ai miseri che avete affamato e poi vi lanciate contro i clericali!»[75].
Concludo. Ci furono altri e veri responsabili degli ultimi tumulti; coloro che li prepararono e li resero fatali: i governanti e le classi dirigenti[76]. Chi pensa che quei tumulti potevano essere evitati; chi pensa che non si ripeteranno se si continuerà nei vecchi metodi di governo ignora la storia. La grande sobillatrice è stata e sarà la fame; e in Italia il padre premuroso delle sobillatrice è il Fisco.
Ma i tumultuanti, si domanda, colla violenza migliorarono forse la loro sorte? A questa domanda si può rispondere colla esperienza politico-sociale; tutte le grande riforme economico-sociali, anche nella stessa Inghilterra, furono precedute e provocate da tumulti e da violenze. Il poco che si è ottenuto in Sicilia si deve alla insurrezione del 1866 e ai tumulti del 1893; il poco che si è ottenuto in Italia — alleviamento prima, ora abolizione del dazio comunale sulle farine, la sospensione del dazio governativo sui cereali — si deve ai tumulti del 1898! Così non dovrebbe essere; ma così è! I tumulti, perciò, nuociono alle vittime; giovano alle collettività.
A chi biasima e condanna la violenza, che anche io biasimo e condanno, ritorcendo l’argomento si può chiedere: forse furono permesse le dimostrazioni pacifiche? forse i ministri non dissero ricca l’Italia e capace di sopportare nuove imposte? forse la dimostrata irrefragabile miseria indusse il governo a far senno?