«Se una suggestione più vicina ha potuto favorire l’irreparabile esplosione di malcontento, scrive il Ciccotti, lo si può e deve cercare altrove che non nella propaganda socialista.
«I fasti della rivoluzione borghese italiana rigurgitano di congiure, di rivolte, di resistenze continue e violente: e il trionfo di quel movimento rivoluzionario ha portato all’apoteosi di tutti questi episodi.
«In ogni città d’Italia si trovano lapidi e monumenti eretti per glorificare quei fatti. Lo stesso regicidio è glorificato nella persona di Agesilao Milano, e una forma di attentato, che in altri casi destò tanta indignazione, ha avuto anch’esso il battesimo della gloria nei nomi di Monti e Tognetti, cantati da poeti di grido (Carducci), raccomandati all’ammirazione dei venturi perfino su mura di pubblici edifici.
Il cinquantesimo anniversario del 1848 ha riportato quest’anno, in folla, la rievocazione e il riconoscimento ufficiale del diritto di rivolta.
«Già, parecchi anni addietro, il re aveva contribuito all’erezione di un monumento a Giuseppe Mazzini, condannato a morte un tempo sotto la monarchia[78].
«Quest’anno le barricate del quarantotto sono state commemorate, festeggiate, ribenedette, in adunanze ufficiali da senatori e conservatori di ogni calibro.
«Un senatore, già ministro e vice presidente del Consiglio superiore dell’istruzione, ha pubblicato con accompagnamento di parole laudative e pietose in una rivista le memorie dell’ex deputato Polti dei Bianchi, che organizzò il moto abortito del 6 febbraio 1853: e quella congiura segreta si proponeva — come lo stesso Polti dice — di pugnalare all’impensata sulle vie i soldati austriaci, di sterminarli con bombe, di fomentare la diserzione e i tradimenti nella loro fila»[79].
Nulla c’è adunque di più illogico in Italia quanto il biasimo inflitto dalle attuali classi dirigenti a coloro che cercano nella violenza la soluzione dei problemi politico-sociali, la via per porre termine ai tormenti che subiscono. Si risponde dai rivoluzionari antichi, chiamati volgarmente quarantottisti, che bisogna sempre saper distinguere; ed è giusto infatti, che respingendo l’assoluto, si esamini se le condizioni che giustificarono la rivoluzione contro gli antichi regimi sussistano ancora per ispiegare i moti contro l’attuale. È l’esame cui si procederà ora.
Ci è nota la condizione economica degli italiani odierni; la quale certamente non è peggiore di quella di cinquant’anni or sono, ma è più avvertita e resa più penosa dai cresciuti bisogni da soddisfare, dai contatti più frequenti tra classi e classi, tra popoli e popoli che suscitano maggior numero di desideri e che accrescono l’invidia e l’aspirazione al meglio, che sono le grandi molle di ogni progresso. L’istruzione maggiormente diffusa dà più chiara coscienza dei torti che si subiscono e delle iniquità sociali esistenti e lo stesso senso morale più evoluto spinge a proteste ed a tentativi per eliminare le più stridenti ingiustizie.
Il criterio relativo, adunque, che s’invoca per le opportune descriminazioni tra rivoluzioni e rivoluzioni, induce a ritenere che psicologicamente oggi la rivoluzione dovrebbe essere più facile e più giustificata.