Ciò dal lato economico. Il risultato non è diverso procedendo alle constatazioni delle condizioni politiche e morali.
C’è un punto in cui la condizione economica stessa è il prodotto della vita e delle condizioni politiche. La pressione tributaria schiacciante ch’è tanta parte della miseria italiana è filiata dalla pessima politica e dall’amministrazione ora pazza, ora disonesta. Le inchieste, che rimontano se non erro, al 1865, assodarono tale sperpero del pubblico denaro, che sarebbe stato sufficiente a gettare il discredito e la diffidenza sullo Stato, che lo permise o meglio che ne fu l’autore principale.
Il carattere generale precipuo della politica italiana nei suoi rapporti colla finanza fu il difetto assoluto di coordinazione della politica all’economia, della spesa alla ricchezza razionale; sul quale non è uopo insistere perchè venne lumeggiato dai teorici dell’economia — ultimi Pareto Flora e Conigliani — e dai politici non sospetti per idee sovversive da Carmine e Colombo risalendo al marchese Alfieri di Sostegno, a Stefano Iacini, che primo tale politica combattè come megalomaniaca.
Questa politica disastrosa ha i suoi capisaldi: le pensioni, le ferrovie, le spese militari. Le pensioni sono divenute un cancro roditore; rappresentano oltre ottanta milioni all’anno nel bilancio; e crescono dando luogo a scandali grossi e piccini — sia che si riferiscono a cittadini che se la pappano nel fiore degli anni; sia che si accumulino indebitamente su di una stessa persona.
Conseguenze più gravi sul bilancio ebbero le costruzioni ferroviarie. I molti miliardi che costarono furono causa d’ira e di sdegno, più che di critica obbiettivamente economica, tra gli economisti della scuola ortodossa — e sopratutto da parte del Pareto e del De Viti; spesso si dimenticò, però, che le spese ferroviarie che gravano sul bilancio dello Stato, furono causa di risveglio e di prosperità per la nazione. Il compenso vale la pena di essere messo in evidenza; nè può dimenticarsi che la configurazione geografica dell’Italia è tale che necessariamente rende poco remunerative alcune linee — sempre indispensabili per debito di giustizia distributiva — le quali però danno il loro contributo per rendere proficue le altre. Dove la critica si appunta bene e mai abbastanza severa è nella quantità della spesa e nei modi per procurarsi i mezzi per farla. Fra tanti, un discorso parlamentare dell’on. Rava, dimostrò che coi metodi adoperati dai finanzieri italiani per ferrovie e per altre spese si assunsero prestiti che ci fanno pagare l’interesse su 100 mentre s’incassò poco più di 50!
Come si siano spesi i quattrini che lo Stato ottenne a condizioni di minorenne che fa cambiali a babbo morto, si apprenderà da queste poche cifre: il preventivo della Novara-Pino da 20 milioni salì a 44: della succursale dei Giovi dai 21 ai 78: della Cuneo-Ventimiglia da 38 a 91; della Faenza-Firenze da 40 a 77; della Parma Spezia da 46 a 119... La litania potrebbe continuare e i commenti potrebbero essere più pepati ricordando che alcune di queste linee non sono ancora complete. Queste cifre dicono che le nostre ferrovie avrebbero potuto costare un terzo di meno se onestamente costruite; e che la spesa avrebbe potuto ridursi ulteriormente, se alla medesima si fosse provveduto con intelligenza e prudenza. Non la spesa ferroviaria in sè, dunque, va condannata — perchè se anche sproporzionata produsse e produce del bene — ma il modo dello spendere.
La spesa militare sorpassa di gran lungo quella ferroviaria e con minori risultati: gli otto e più miliardi assorbiti dall’esercito e dalla marina dal 1871 al 1897 hanno lasciato indifeso lo Stato e non gli hanno procurato nemmeno il conforto illusorio della gloria: esercito e marina non possono ricordare che Custoza, Lissa e Abba Carima — tre date, che rendono acutissimo il dolore della miseria economica prodotta dalla loro preparazione; dolore che non può essere lenito in alcun modo dalle vittorie ottenute contro i contadini inermi di Sicilia e di Molinella, contro gli operai del pari inermi di Molinella o di Milano![80]
Era il Generale La Marmora, poi, che raccomandava di respingere i consigli di coloro che credono o fanno credere che all’Italia non deve bastare la sua indipendenza e la sua libertà e vanno predicando ch’essa ha bisogno di gloria militare, perchè essi sono scellerati e più che scellerati, assurdi.... (De Viti De Marco).
Questa enorme sproporzione tra la potenzialità economica della Nazione, la spesa militare e i risultati suoi fu messa in evidenza centinaia di volte da scrittori ed oratori d’ogni colore; ma per ragioni facili ad intendersi mi piace soltanto di far menzione del Jacini, del Carmine, del Colombo — autentici ed eminenti conservatori lombardi; l’ultimo, con coerenza che altamente l’onora, due volte abbandonò il ministero del tesoro perchè si volle continuare nelle follie militari connesse alla triplice alleanza, aggravate dalle follie coloniali. Affinchè, poi, non si dica che la grettezza e la micromania del Colombo non possono essere adottate a criteri direttivi della politica di una grande nazione — stigmatizzata a varie riprese da sinceri amici dell’Italia nuova, quali Gladstone, De-Laceluy, Castelar, soccorre opportuno il giudizio di chi fu compagno di ministero del megalomane tipico: Crispi.
Nel cennato articolo — Siamo poveri o non siamo? — l’on. Saracco scriveva: «non possiamo sovra tutto non dobbiamo dimenticare questo vero, che qualunque svolgimento di militare potenza che uno Stato intende fare per il mantenimento della sua preponderanza politica, affinchè non risulti precario ed artificiale, deve essere in armonia colle forze economiche della nazione».