La citazione non potrebbe essere più opportuna nel momento in cui si parla di 500 milioni da spendere per la marina!
Il popolo italiano, benchè incolto, avvertì le conseguenze economiche delle spese militari: d’onde germogliarono sentimenti politici, ch’è bene, a scanso di equivoci e di allarmi del Fisco, esporre colle parole d’un monarchico convinto. «Si pensa che la monarchia costituzionale da noi o diventa civile sul modello della inglese o manca alla sua missione nella terza Italia; la monarchia civile sarebbe all’unissono con l’interesse della gran massa dei contribuenti e porrebbe radici profonde nel sentimento del popolo ch’è sempre monarchico; la monarchia militare si mette contro l’interesse della nazione. Due crisi extra parlamentari, che hanno eliminato dal governo, prima uno e poi due ministri lombardi favorevoli alla riduzione delle spese militari, hanno personificato e drammatizzato nella fantasia popolare il contrasto tra la Corona e il Popolo. Così il sentimento antimilitare è divenuto poco alla volta antimonarchico». (De Viti De Marco).
Pensioni, spese ferroviarie, spese militari, che ballano sinistramente sullo sfondo cupo dello sperpero abituale e della malversazione generale, hanno generato rapidamente l’enorme debito pubblico — i cui quattordici miliardi assorbono per interessi gran parte del bilancio italiano, togliendogli ogni elasticità — sino ad impedirgli per molti mesi la sospensione del dazio sul grano, reso inevitabile dalla fame, — circoscrivendolo entro un cerchio di ferro, che costituisce la corona di spine della nazione, la pompa perennemente aspirante delle sue risorse. Così queste condizioni economiche generate dalla politica hanno rigenerato il più profondo e giustificato malcontento politico.
Meno male se l’azione dello Stato avesse trovato un correttivo in quella delle amministrazioni locali; ma queste hanno creduto bene di modellarsi sul primo e ne hanno anche esagerato i difetti e gli errori in tutto e per tutto, aggravando, rispetto ai Contribuenti, le disastrose condizioni create dallo Stato[81]. Con questo in più: che le malversazioni locali più note hanno suscitato maggiore risentimento; che i balzelli si sono resi odiosi; che le passioni locali hanno inasprito tutte le ferite antiche e recenti.
Che cosa fossero e quanto contribuissero a generare il generale malessere economico, politico e morale, le amministrazioni locali fu detto ripetutamente in Parlamento; e più di recente in occasione dei moti di Sicilia del 1893-94 e della legge pel Regio Commissario straordinario civile per la stessa isola in Luglio 1896[82]. Ma nessuno con sintesi mirabile poteva e con maggiore autorità ne scrisse meglio dell’attuale ministro dell’Interno. Proprio il Generale Pelloux in una circolare ai Prefetti del Settem. 1898, rubando il mestiere ai sobillatori, dice:
«Ho potuto nel mio breve soggiorno nelle Puglie nella scorsa primavera e nei pochi mesi dacchè mi trovo alla direzione del ministero dell’interno, rilevare che, in parecchie località, lo stato delle cose lascia a desiderare.... La disonestà nella amministrazione va colpita subito, senza misericordia, con tutta la severità delle leggi.... E la disonestà nelle amministrazioni, bisogna pur dirlo, si può manifestare e si manifesta sotto le forme più svariate: con ogni sorta di abusi, a cominciare talvolta col colpevole favorire gli amici e i congiunti mediante la creazione per essi d’impieghi non necessari; colle destinazioni abusive di essi a posti che non potrebbero coprire; col fare eseguire lavori, e permettere spese non necessarie, a solo scopo partigiano, andando fino alle alterazioni delle liste elettorali comunali; alle falsificazioni dei ruoli d’imposte a danno degli altri (pur troppo anche talvolta a danno dai meno abbienti); al non esigere i pagamenti dovuti alla amministrazione dai proprii amici; al creare così contabilità artificiali che diventano presto indecifrabili e permettono poi ogni specie d’inganni e di frodi; rasentando o toccando persino talvolta l’appropriazione indebita collo storno dei mezzi destinati al servizio pubblico, impiegandoli invece a scopo ben diverso. Se ciò non si frena con tutto il rigore, con tutta l’energia che è del caso, invano si può tentare di sperare di fare argine alle dottrine sovversive alle propagande ostili, le quali diventano tanto più facili in quanto che trovano un terreno preparato a far germogliare le loro idee».
Meglio e più onestamente non si potrebbe dire; in quanto al fare è un altra cosa. Si sa che tra il dire e il fare c’è il mare!
Ma rimane d’importanza capitale l’esplicita confessione del ministro che sta a capo della feroce reazione contro i partiti avanzati: che i veri e diretti responsabili dei tumulti non sono le vittime colpite.
Sta pure in fatto che i più volgari appetiti, le ambizioni più sfrenate, i rancori più profondi in tutto il mezzogiorno soffiarono e soffiano nel fuoco per fare divampare incendi dai quali tutti, disonestamente sperano trarre profitto. E questi sciagurati provocatori di tumulti sono stati quasi sempre i più insistenti nell’invocare misure di rigore contro i sovversivi, che spesso furono soltanto imprudenti e ciechi perchè non si avvidero che servirono di strumento ai biechi fini altrui[83].
Intanto i veri colpevoli rimasero impuniti — talora premiati colla conquista del municipio; le masse incoscienti furono massacrate; i repubblicani, e i socialisti innocenti condannati alla reclusione per discorsi o scritti di data remota e che non potevano esercitare influenza diretta sugli avvenimenti.