Questa vita comunale e provinciale, che da se stessa — dati gli stretti rapporti col potere centrale — deve reagire sulla vita nazionale, per la grande ignoranza delle masse ha fatto accumulare odî contro il governo; poichè tali masse per lo appunto tutte le sofferenze, che loro vengono da cause locali, per la impossibilità in cui si trovano di discernere con esattezza, le hanno addossate allo Stato. Nell’errore sono state dolorosamente confermate dalle repressioni largamente ordinate ed eseguite dalle autorità che lo rappresentano; e in questa guisa, anche tutte le anomalie più o meno criminose di indole locale sono andate ad accrescere il torrente impetuoso del malcontento politico.
A frenarlo, ad inalvearlo per renderlo meno rovinoso, sarebbero occorsi uomini di Stato di grande levatura al centro ed alla periferia; ma certamente se l’Italia li avesse avuti, non sarebbe stata ridotta così a mal partito come si trova oggi. I politici italiani, senza distinzione di partiti — e sarei disposto ad aggravare la mano più su quelli di sinistra che di destra — si sono chiariti impulsivi, impreveggenti, preoccupati degli interessi individuali o di un minuscolo gruppetto — che non diviene partito — senza alcuna grande direttiva d’interesse collettivo, nazionale. Quando hanno sacrificato se stessi ed hanno compiuto qualche atto di abnegazione — caso, del resto, assai raro — il sacrifizio avvenne a beneficio della dinastia; giammai della patria. Gli interessi veri dello Stato, quelli superiori delle Società quasi mai ebbero il sopravvento nelle determinazioni dei politici nelle cui mani rimase il governo per circa quarant’anni; e quando gli interessi individuali furono posposti, giova ripeterlo, non prevalsero che quelli dinastici[84].
Non faccio entrare nel novero dei fattori politici del malcontento le violazioni ripetute, sistematiche dello statuto, l’adulterazione sfacciata del regime rappresentativo e la riduzione al minimo delle pubbliche libertà: sono notissimi, qui stesso vi si è accennato più volte e basta a proposito di esse rammentare che da soli determinarono in Italia e fuori rivoluzioni, che furono lodate ed esaltate. Giova invece chiudere questa serie di considerazioni con un cenno fugacissimo sulla politica ecclesiastica.
In quasi tutti gli Stati c’è un clero e c’è una religione, che servono di cemento e che quasi sempre funzionano come strumenti di conservazione. Ben diversa è la situazione in Italia; nè c’è duopo rammentare per quali cause lo Stato si trovi in conflitto colla Chiesa dominante. Ora è precisamente in questo conflitto, che si è mostrata — fatta eccezione, è notevolissima, della sapiente legge delle guarentigie del 1871 — tutta l’insipienza e la bestiale indiscrezione della politica italiana, che ha oscillato continuamente tra principî cari a Zanardelli a quelli sottolineati da Prinetti colla sua visita al cardinale Ferrari; contraddizione impersonata talora ed esplicatesi clamorosamente a piccoli intervalli in uno stesso individuo, che ora invoca Dio colla formula del più schietto legittimismo clericale ed ora si affida a Crisostomo per dare consigli al Papato dopo avere inneggiato alla Dea Ragione. Egli è così che clero e religione, che altrove sono fattori di stabilità e di conservazione sui quali lo Stato può contare, tra noi sono divenuti massimi elementi di perturbamento. E meno male che in Italia è fiacco il sentimento religioso, e sono timidi i clericali![85].
Il disagio economico, che arriva alla miseria vera, il dispotismo e l’insipienza dei governanti talora si tollerano e si subiscono in pace quando un soffio di moralità lambisce gli uomini e le istituzioni e in qualche guisa li vivifica e li sorregge. Invece tra noi un fermento putrido virulentissimo s’infiltra dappertutto e spinge alla dissoluzione.
Il fermento putrido nulla ha risparmiato; dalla vita privata si è riversato nella vita pubblica — che per comodità di molti lojolescamente si vollero staccare; e quando nella seconda la sua azione virulenta ha raggiunto il massimo d’intensificazione, è tornata a devastare la compagine sociale.
Egli è così che nella delinquenza abbiamo il tristissimo primato che in Europa nessun altro popolo ci può contendere[86]; e che questa delinquenza, sotto forma larvata talora e tal altra più imprudente e sovvertitrice perchè sicura dell’impunità, ha conquistato i municipi, le provincie, gli uffici pubblici, tutto il complesso organismo dello Stato. Le cifre delle statistiche penali documentano il primato della criminalità; la storia di ogni giorno dei cassieri che scappano; degli istituti che falliscono fraudolentemente; dei commendatori tratti in arresto.... la storia della inchiesta sulle ferrovie meridionali nel 1864 — inchiesta misteriosamente scomparsa —, delle inchieste sulla Regia interessata dei tabacchi e del relativo processo Lobbia.... delle inchieste sulla Banca Romana con relativi amminicoli; la storia meravigliosa sulla influenza che può esercitare un Costanzo Chauvet; i discorsi da ministri e le relazioni parlamentari — per citare i più recenti — di Saracco, di Prinetti, di Brunicardi sui lavori pubblici, ecc., ecc., costituiscono il più doloroso pendant della delinquenza privata e completano il quadro cupo della pubblica moralità che a larghe pennellate, per quanto in forma solennemente ufficiale, ci fece conoscere la circolare del Generale Pelloux sulle amministrazioni locali[87].
Chi vuole avere un quadro rassomigliante al vero, ma sempre più bello del vero, legga sulla degenerazione politica in Italia ciò che scrisse Ruggero Bonghi per commemorare la breccia di Porta Pia[88]. E vorrei possedere tutta l’autorità di cui godeva Ruggero Bonghi e vorrei che in Italia si godesse quella poca libertà di cui si godeva ancora nel 1893, per esporre altre considerazioni importantissime che egli allora espose, rivolgendosi a chi di dovere, in quei famosi articoli sull’Ufficio e sul diritto del Principe in uno Stato libero e che gli valsero la punizione per lui più dolorosa: l’ostracismo dal Palazzo del Quirinale[89].
Ma se certi tasti oggi non è più lecito toccare senza riportare gravi scottature, sarà lecito, però, ripetere ciò che opportunamente disse testè Giulio Prinetti, togliendolo a prestito da Guizot: nelle monarchie moderne, che non discendono da Dio, la sovranità risiede nella giustizia[90]. Or bene, ciò che manca assolutamente tra noi è la giustizia!
Questa mancanza cominciò ad essere avvertita più di venti anni or sono da Marco Minghetti in un libro, che rimase classico; ora non è più da alcuno negata o attenuata e se ne discorre come del fenomeno più pericoloso e meglio constatato. Sin dal principio della XIV legislatura, il Re, nel discorso inaugurale dei lavori parlamentari, promise provvedimenti per ristaurare il regno della giustizia; ma ancora non c’è stato il tempo di prenderli. E senza la giustizia non si sorregge alcuna società civile![91].