Il popolo, che conosce queste condizioni deplorevoli, diffida sempre della giustizia legale e crede spesso di esercitare un sacrosanto diritto facendosela da sè ed a modo suo: more barbarico.
È questo l’ultimo fattore di ordine politico-morale del presente perturbamento italiano su cui ho creduto di dovermi fermare; ed esso solo è tale da rendere possibile qualunque movimento violento inteso a provvedere. Ed il popolo da gran tempo avrebbe provveduto, se in esso la coscienza dei mali e del loro esatto rapporto colle cause vere che li hanno generati non fosse ottenebrata dalla ignoranza crassa e dalla deficentissima educazione politica; avrebbe provveduto, se ogni energia non fosse stata fiaccata dalla lunga servitù ed esaurita da oltre settant’anni di lotta per conquistare l’unità e la indipendenza della nazione.
L’insieme di queste condizioni economiche, politiche, intellettuali e morali quale è stato riconosciuto ed esposto dagli scrittori di ogni colore politico in occasione degli ultimi tumulti,[92] spiega esaurientemente la genesi di questi fenomeni, che mi piace segnalare colla parola di tre uomini, dei quali nessuno metterà in dubbio la devozione all’Italia, alla dinastia, alle presenti istituzioni.
1. Coloro che amano le istituzioni e vogliono conservarle in Italia hanno poca fiducia in se stessi; e questa poca fiducia ne turba le menti. La confessione amara è dell’on. Di Rudinì in una circolare del Maggio 1898 a tutte le Autorità del Regno, in cui deplorava il malvezzo delle continue richieste di truppa, nella quale soltanto scorgevasi la salute.
2. Nel disagio pubblico, nel disordine delle istituzioni liberali e nello aumento della immoralità si trovano le propizie condizioni della cresciuta forza del brigantaggio e del clericalismo e della diminuzione del sentimento unitario. Ciò riconobbe Ruggiero Bonghi[93].
3. «Le nostre popolazioni sono malcontente e sentono disgusto di un regime, che le condanna ad una vita di privazioni e di stenti, che possono talvolta apparire incomportabili». Questo è il giudizio del Senatore Giuseppe Saracco, che viene ribadito da cento altri pareri, altrettanto espliciti, e tutti di monarchici che constatano con infinito dolore la diminuzione o la scomparsa della fede nelle istituzioni[94].
Per dire come e perchè gli errori e le colpe degli uomini possano far perdere la fede nelle istituzioni buone — le nostre sono eccellenti! — occorrerebbe lungo discorso. Dal quale mi dispensa il parere autorevole.... di Vittorio Emmanuele II. Fu il gran re per lo appunto che in uno dei discorsi della Corona saviamente ammonì: I popoli apprezzano le istituzioni in ragione dei risultati che danno.
Che cosa abbiano dato le istituzioni sinora in Italia abbiamo visto: i loro prodotti si assommano nel tumulto e nel delitto anarchico. Questi risultati si devono all’opera costantemente sovvertitrice degli uomini che ebbero in mano la cosa pubblica da quarant’anni in qua;[95] e questi uomini meritevoli di gogna o di galera si sono eretti a giustizieri ed hanno punito negli altri le colpe proprie: hanno mandato alla reclusione coloro che altro reato non commisero se non quello di denunziare e di stigmatizzare l’opera di sovvertimento delle istituzioni da loro compiuta!
XIII. LA CAPITALE MORALE
La ricerca sommaria sinora eseguita sarebbe bastevole per provare che in Italia esistono tutte le condizioni politiche per rendere intelligibile qualunque moto — anche improvviso, impulsivo e senza scopo preciso — inteso a modificare uno stato di cose dichiarato addirittura intollerabile dagli uomini eminenti che contribuirono a crearlo. È chiaro, del pari, che se in Italia c’è una città o una regione che per le condizioni politiche, morali, intellettuali ed economiche si differenzia dal resto del regno — in questa città o in questa regione più vivo e più intenso deve sentirsi il desiderio o meglio il bisogno di un mutamento radicale. E deve sentirsi urgente questo bisogno, se avvertite le disastrose condizioni delle altre regioni, perchè deve sorgere spontaneo il timore che a lungo andare il male comune intacchi anche le parti sane o meno ammalate. La differenza constatata e la paura del male prossimo danno pure ragione di una tendenza vaga ed indeterminata al separatismo o al rimpianto di una riunione che si crede verificata a proprio danno.