Questa città, che riflette nelle linee generali le condizioni di tutta la regione di cui geograficamente e storicamente è il centro, c’è: Milano; Milano, da tempo chiamata la capitale morale d’Italia, ora con senso di ammirazione e d’invidia — ora con una ironia che nasconde male la poca sincerità di chi la manifesta.

Ho avuto agio di deplorare che Milano soverchiamente si sia inorgoglita della sua prosperità e che abbia misconosciuto quanto essa deve alle altre regioni d’Italia, che apportano il loro contingente per crearla[96]. Mentirei a me stesso se non riconoscessi che Milano merita sul serio la fama buona di cui gode e il titolo di capitale morale.

Le sue condizioni forse saranno inferiori a quelle di parecchie altre grandi città del mondo civile; per lo insieme sono di gran lunga superiori a quelle del resto d’Italia — non esclusa Torino che in qualche cosa la supera.

Gli elementi giustificatori del buon nome di Milano sono numerosi; ma prima di esporli sommariamente giova fermarsi sulla condizione economica sua ed esaminare se cause d’indole strettamente economica, quali furono quelle che determinarono i tumulti nel resto d’Italia, potevano commuoverla.

La miseria generale ed intensa della penisola ha fatto comparire maggiore la prosperità economica di Milano. Epperò di fronte agli ultimi dolorosi avvenimenti parecchie cose sono da osservare:

1. Non è esatto che il benessere nella capitale lombarda sia così grande e diffuso come si vuole far credere; la miseria vi è soltanto minore, meno estesa che altrove. I salari degli operai della Ditta Pirelli esposti dal cav. Calcagno innanzi al Tribunale militare (udienza del 18 Giugno) provano che per la massa essi sono di gran lunga inferiori a quelli delle grandi industrie europee, mentre gli operai della Ditta Pirelli sono tra i meglio pagati d’Italia[97].

2. A Milano, per la minore miseria e per la fama di grassa e ricca di cui gode e per le ristrettezze delle altre parti d’Italia, è supponibile che in ogni tempo siano accorsi operai e spostati dalle altre parti d’Italia a costituirvi l’armata di riserva degli affamati e dei disoccupati. Non si dimentichi che la condizione dei contadini dei dintorni è miserissima. Sicchè si deve prestar fede alla Perseveranza (9 Maggio) quando dei tumultuanti scrive: «Le campagne dettero un contingente di contadini laceri, scalzi, senza cappelli, dalle facce stravolte...»

Che tra i tumultuanti il massimo contingente sia stato fornito da elementi senza lavoro e residenza stabile, ce lo prova all’evidenza una nota di cronaca del Corriere della Sera che all’indomani della breccia di Porta Monforte constatò che negli stabilimenti industriali quasi tutti gli operai il giorno 10 Maggio erano tornati al lavoro[98]. Sarebbe stata impossibile questa generale ripresa del lavoro cogli 80 morti, col migliaio di feriti e coi 2000 arresti praticati, se ai morti, ai feriti e agli arrestati avessero dato il loro contingente gli operai che stanno relativamente bene e che lavorano regolarmente.

3. Infine si dimentica un canone di psicologia popolare, indiscutibile oramai, ch’è questo: le influenze dei perturbamenti economici regressivi si risentono più rapidamente e più intensamente dove maggiore è il benessere; invece l’adattamento all’ambiente sociale è tale tra i popoli caduti nell’abbiezione della miseria e della ignoranza, ch’essi divengono insensibili a qualunque male nuovo e a qualunque peggioramento di quelli esistenti. Inversamente cresce il desiderio di benessere, di coltura e di libertà, in ragione diretta dei miglioramenti conseguiti. L’osservazione è di Buckle e fu ripetuta da Spencer e da Lombroso[99].

Perciò si mossero la Sicilia nel 1893 e la Puglia nel 1898 e rimasero tranquille la Calabria e la Sardegna. Qui la miseria dura ininterrotta da anni ed anni e le popolazioni che le abitano si sono adattate ad un regime inferiore. Il passaggio rapido da un relativo benessere ad un certo grado di miseria spingea a ribellione le prime. Questi principî di psicologia collettiva, che trovarono la loro applicazione ripetute volte, poterono agire a Milano come in varie altre contrade[100]. Milano, che aveva tumultuato il 1 Aprile 1886 per il dazio sul pane e per le angherie degli agenti daziari, non poteva rimanere insensibile quando il prezzo del pane subì nel 1898 un aumento di quasi il 50%[101].