«Il trattamento dei bruti a cittadini che insultati risentono l’insulto, dice il Senatore Piolti de’ Bianchi, segnò tra Milano e l’Austria una macchia indelebile, una pagina d’odio, che nessuno mai straccerà».

E quest’odio spiega come, perchè Milano pacifica e umana fra le città italiane, abbia manifestato un entusiasmo come per una vittoria nazionale all’annunzio dell’assassinio del D.r Vandoni (1851) reo di aver denunziato alla polizia il suo amico Dottor Ciceri[104].

Il moto del 6 Febbraio 1853 — nel quale ebbero parte Visconti Venosta e Depretis — e tutte le successive cospirazioni e impiccagioni consecutive, sino alla liberazione del 1859, non fecero che rinvigorire e rendere adamantino questo carattere politico della Lombardia e della sua capitale.

Una nuova vita avrebbe dovuto cominciare colla cacciata degli Austriaci; e lombardi e milanesi vi credettero tanto a questa nuova vita, che essi, nei primi anni della costituzione del regno, sembrarono tra i più devoti alla dinastia sabauda; tanto devoti, che Enrico Cernuschi, indignato, preferì alla cittadinanza italiana la francese. — Le elezioni politiche erano l’indice migliore dei sentimenti della massa che godeva del diritto di voto. C’erano già dei brontoloni, disgustati che Vittorio Emmanuele non avesse mantenuto l’antico impegno di convocare la Costituente; ma i più erano soddisfatti della liberazione dal giogo austriaco e preoccupati e distolti da altre aspirazioni, dal desiderio ardente di compiere l’unità e l’indipendenza della nazione, sino a tanto che lo odiato e antico oppressore rimaneva accampato nel Veneto. Qualche elezione — quelle di Giuseppe Ferrari, di G. Mussi, e più tardi di Carlo Cattaneo — più che alla influenza della corrente politica che rappresentavano gli eletti — era un omaggio alla eminenza della persona o l’effetto di condizioni locali.

La reazione contro il sentimento monarchico-moderato andavasi maturando man mano che i governanti discreditavansi per errori politici e per immoralità delle quali non potevansi vittoriosamente difendere.

Era divenuta vigorosa all’epoca del Gazzettino Rosa — che potè fare di più per la demolizione delle istituzioni coi duelli de’ suoi redattori viventi en bohemiens, che non gli articoli logici e serrati dell’Unità Italiana — ed esplose colle infamie del processo Lobbia[105].

Passò inosservata, o quasi, la cospirazione repubblicana del 1869 — per la quale venne arrestato sulla Piazza del Duomo il Dott. Pantano, tradito da un ufficiale; ma suscitò maggiore interessamento il tentativo insurrezionale della Caserma di Pavia colla conseguente fucilazione di Barsanti.

I sotterfugi miserevoli di Lanza per negare la grazia del povero caporale, chiesta in nome delle donne italiane da una Pallavicini, al cui consorte grazia non era stata negata dall’Imperatore d’Austria, produsse la più penosa impressione nella pubblica opinione. E la Lombardia cominciò a divenire un semenzaio di deputati schiettamente repubblicani — Sonzogno, Billia, Ghinosi, Mussi, Cavallotti — molti dei quali forniti dal Gazzettino Rosa, divenuto popolare perchè battagliero ed anticesareo. 1 fatti di Via Moscova — 23 Marzo 1879[106] — e tanti altri fasti della polizia, che non lasciava passare occasione per agire austriacamente, accelerarono l’evoluzione di Milano e della Lombardia in senso democratico e repubblicano: evoluzione che trovava il suo terreno ben preparato nella tradizione storica e nella influenza che dovevano esercitare legittimamente, sopra tutti gli elementi intellettuali e sani, un gigante come Carlo Cattaneo, uomini come Giuseppe Ferrari e Gabriele Rosa; evoluzione che divenne ufficialmente palese colle elezioni generali del 1882.

In tal modo si andò preparando in Milano e in Lombardia un ambiente non solo repubblicano, ma schiettamente federalista, con questo in più: che la tendenza federalista non era esclusiva dei repubblicani, ma invadeva più o meno apertamente su tutti gli altri partiti e su tutte le classi sociali, percorrendo una gamma al cui centro stava l’Italia del Popolo coll’indimenticabile Dario Papa, e, agli estremi, da un lato Filippo Turati e dall’altro Giuseppe Colombo.

Date le condizioni tristi del resto d’Italia e data la coscienza della superiorità economica, intellettuale e morale di Milano e della Lombardia, coloro che si sapevano superiori e vedevansi legalmente accoppati da una forte maggioranza avversa, non potevano che riconfermarsi nel sentimento e nell’aspirazione federalista nella quale vedevano una nuova liberazione dai barbari del mezzogiorno. Così formossi la leggenda dello Stato di Milano, in fondo della quale c’era e c’è un assieme di verità, che non dovette rimanere del tutto estranea negli ultimi moti di Maggio[107].