Milano e la Lombardia si credettero addirittura sottoposti ad un dominio odioso sotto il secondo ministero Crispi: il quale ricambiava i lombardi di cordialissima antipatia e designavali come Galli cisalpini. Antipatia scambievole, sottolineata dai solenni fischi di Milano al Presidente del Consiglio, tanto più significante in quanto che la rottura colla Francia accentuata da Crispi, più che alle altre, economicamente, riusciva profittevole alle industrie lombarde.

Lo spirito lombardo, in ultimo, parve impersonato in Cavallotti che alla sua tenace e meravigliosa opposizione dette il profumo che veniva dalla questione morale; sicchè le manifestazioni violente di Milano e di Pavia dopo Abba Carima e la successiva caduta di Crispi parvero una vittoria, una rivincita del bardo glorioso della democrazia e dei suoi rappresentati.

Questo l’ambiente politico-morale di Milano; che a buon diritto può essere chiamata la capitale morale d’Italia per lo insieme armonico delle sue condizioni. Torino che l’uguaglia, le sta dappresso o la supera nella vita economica, nell’alfabetismo e nella minore delinquenza, non ha la vivacità e l’energia politica di Milano. E si spiega la calma di Torino durante gli ultimi moti non solo col desiderio di non nuocere al successo della sua Esposizione e colla forte organizzazione del suo socialismo intransigente, ma anche col suo temperamento e colla influenza della tradizione dinastica ancora tanto viva su di un Edmondo De Amicis che manifesta un sacro orrore per l’idea repubblicana innanzi al Tribunale militare, che doveva condannare a dodici anni di reclusione il suo amico e compagno di fede Filippo Turati!

L’ambiente politico-morale di Milano, sovraccitato già in modo straordinario dalla morte e dai funerali di Cavallotti e dalla rassegna delle forze repubblicane e socialiste fatte nella commemorazione solenne del cinquantesimo anniversario delle Cinque Giornate — era tale che sarebbe stato miracolo se i moti per la fame del resto d’Italia non vi avessero ottenuto una forte ripercussione. Sarebbe bastato il contagio psichico, tanto più facile dove il terreno è adatto, a determinarla[108]; l’uccisione di Mussi doveva renderla inevitabile. L’imprudenza — altri forse dirà il calcolo, se la reazione era realmente sospirata — delle autorità politiche e militari dovevano necessariamente riuscire agli episodi sanguinosi di Maggio 1898. Nei quali, per quante ricerche abbia fatte, non sono riuscito a convincermi che vi abbia avuto parte principale la teppa, come da qualcuno, che ha voluto erroneamente scagionare Milano dei tumulti avvenuti, è stato asserito[109].

La manifestazione primitiva del 6 Maggio fu essenzialmente politica e tali rimasero le successive. Così doveva essere. Se le condizioni d’Italia sono tali che a giudizio di Saracco destano il disgusto del presente regime — e testè gli fecero dire che per salvare l’Italia si dovrebbe ricondurre il senso chiaro, esatto della moralità nella coscienza pubblica, in basso e in alto[110] — non era evidente, non era logico, che questo disgusto prorompesse in pubbliche manifestazioni nella capitale morale, dove identiche esplosioni, per cause minori, c’erano state altre volte? Se questa volta si arriva alle barricate, che nessuno, però, difende, la colpa è tutta delle autorità politiche e militari, che agirono in guisa da far sospettare che abbiano voluto le barricate per arrivare alla reazione.

Per parte mia non esito ad aggiungere che se le barricate rimasero indifese, se i moti non furono più gravi ciò si deve al fatto che mancò assolutamente ogni preparazione ed ogni direzione e sopratutto al dissidio tra i socialisti e una borghesia colta e repubblicana, che ha un obbiettivo determinato, ma che ebbe tagliati i garretti dal socialismo, che le sottrasse le masse. In queste poi poterono più la tradizione, il temperamento, che non poteva essere modificato in pochi anni, anzichè la propaganda sinceramente e costantemente antirivoluzionaria dei socialisti; ed esplosero[111].

La protesta di Milano fu essenzialmente politica e morale; ma credo di avere dimostrato ad esuberanza che non ebbe il menomo carattere di un vero tentativo insurrezionale. Se a Milano, come alcuni, a torto, pretendono, mancò l’influenza economica nella determinazione della protesta, ciò tornerebbe sempre a suo grandissimo onore. I socialisti non deridono a sangue ogni giorno la quistione sociale perchè alcuni socialisti la riducono a semplice quistione di stomaco? Ebbene, diano tutta la loro ammirazione a Milano che si leva in nome delle più sante ed alte idealità!

In quanto alle sozze calunnie di chi disse i moti di Milano e del resto d’Italia voluti e preparati dai socialisti e repubblicani agli ordini ed agli stipendi del Papa e della Francia, esse non meritano che il più profondo disprezzo[112].

Quattro mesi di reazione non poterono modificare l’ambiente politico e morale di Milano.

La capitale morale rimane uno scandalo per alcune parti d’Italia ed un pericolo — se non si vorrà trarre ammaestramento dagli avvenimenti — per le istituzioni; si capisce perciò che ci sia qualche nuovo Barbarossa, come venne chiamato chi ebbe la triste ventura di spegnere Cavallotti, che la vorrebbe annientata; si capisce ancora che ci sia chi vorrebbe metterla sotto la tutela affettuosa dell’Italia.