Non regge neppure coll’Austria, che siamo abituati a considerare come sinonimo di dispotismo. Ha certi freni la stampa e i sequestri qualche volta colpiscono anche le riviste — ad esempio, Die Zeit di Vienna; — ma c’è una misura, vi sono criteri stabili. Non parliamo del diritto di riunione; quando i socialisti austriaci promossero l’agitazione pel suffragio universale a Vienna, si fecero dimostrazioni di venti e quarantamila persone, che procedettero ordinate per lo più.
Qualche volta ci furono colluttazioni, anche gravi, colla forza; avvennero arresti e condanne severe — conformi alle leggi; ma il governo austriaco non pensò di sopprimere il diritto di riunione.
Gravi tumulti in Austria sono avvenuti negli ultimi anni e qualche volta fu proclamato lo Stato di assedio, consentito dalle leggi. Ma nè per la durata, nè per gli episodi che lo contrassegnarono in Boemia per la questione recentissima delle lingue, nè nell’Istria alcuni anni or sono, per l’altra analoga delle tabelle bilingui, si rese odioso come in Italia dal 1894 in poi. Nemmeno il più lontano paragone è possibile per le condanne dei tumultuanti, che furono mitissime anche quando andavano a colpire i cittadini rei di manifestazioni anti-nazionali, come fu il caso nei tumulti per le tabelle bilingui nell’Istria. Chi avrebbe potuto immaginare che l’Austria ci avrebbe dato lezioni di liberalismo e di costituzionalismo?
Il paragone prediletto ai nostri monarchici costituzionali è quello coll’Inghilterra. Essi ci tengono, o meglio ci tenevano[115], a dire che in Italia, in grazia della lealtà di Casa Savoja e dell’affetto popolare da cui è circondata, è stato possibile il godimento della massima libertà e del più perfetto svolgimento del regime rappresentativo. Nulla, intanto, di più grottescamente falso.
Il paragone, sotto tutti i punti di vista, non regge ora; e non reggeva neppure pei tempi migliori della libertà italiana.
Rimontando a sessant’anni or sono per la libertà di stampa ed a più di settant’anni per il diritto di riunione, per i criteri repressivi, per le condizioni lavoratori, deisi potrebbe trovare qualche somiglianza tra l’Inghilterra di allora e l’Italia odierna. Non più oggi.
Due parole sulla libertà della stampa, che è divenuta la libertà fondamentale: essa sola vale quanto gli articoli più larghi di una carta costituzionale, che possono rimanere lettera morta dove c’è un esercito stanziale numeroso e disciplinato[116]; essa sola sostituisce efficacemente ogni più severo controllo sull’opera politica e morale del governo.
Per dare la misura di questa libertà di stampa in Inghilterra, bisogna leggere la collezione del Truth, del Reynold’s News paper, della Modern Society, dell’Irish Weekly Independent, del Labour Leader, di altre riviste o giornali socialisti, repubblicani, radicali e irlandesi. Indarno si cerca nella storia dei processi da anni ed anni qualche cosa che rassomigli all’applicazione dell’articolo 247 del Codice penale e di altri articoli consimili. Le istituzioni politico-sociali vi sono discusse e attaccate con una violenza di linguaggio inaudita; la Camera dei lords, nell’anno di grazia 1898, dal Reynold’s Newspaper viene considerata come un’assemblea di speculatori, di usurai, di ladri.... E non sono meglio trattati la Regina e tutti i membri della famiglia reale. Su i Re tutti d’Inghilterra, da Guglielmo il conquistatore a Vittoria, circola liberamente il libro di I. Morrison Davidson — The New Book of Kings: Il nuovo libro dei Re — di cui si sono fatte parecchie edizioni, e che riporta tutti gli aneddoti più feroci e più scostumati che possano discreditare le persone reali e le istituzioni monarchiche.
Questa non è la libertà che si esercita su coloro che già appartengono alla storia — e che in Italia sono sempre sacre ed inviolabili; — ma si esercita piena, illimitata, sui contemporanei. Nel numero del 17 aprile 1898, Gracchus scrive una lettera al Reynold’s News paper nella quale dimostra il nessun valore politico, intellettuale e morale degli illustri parenti della Regina e della regina dice: «Vittoria ha schivato l’adulterio. E sta bene: l’ammiriamo. E l’ammiriamo in quanto, convinti del dogma della ereditarietà, chiunque avrebbe giurato, che essa avrebbe seguito la grossolana immoralità, che caratterizza i suoi zii particolarmente....».
Ma se la Regina viene risparmiata da Gracchus — nessuno risparmia il Principe di Galles, ch’è stato messo alla gogna nei Tribunali, nei giornali, nei meetings — non la è da altri. Così l’Irish Weekly Independent nel febbraio 1898 pubblicò un articolo: Is the Queen mad? — La Regina è pazza? — dove si facevano allusioni agli amorazzi antichi della Regina con un suo prediletto e notissimo servitore, che — si assicura — la confortò dopo la morte del Principe-sposo Alberto. Nel numero del 1º maggio, lo stesso giornale, ch’è illustrato, in prima pagina, sotto il titolo: A Jubilea Idyll si vedeva la Regina Vittoria, volante come una furia orrida, con la face in mano, portar la guerra dapertutto, mentre intorno e sotto di lei i cannoni che scoppiano producono incendii, rovina e desolazione... In Italia, un giornale fu sequestrato perchè mise in caricatura... gli speroni del generale Pelloux!