Dalla preparazione si passò all’azione; e bande armate, con un capo — Iohn Frost — con un programma preciso, il 4 Novembre 1839 dettero l’assalto a Newport. Vi fu conflitto con undici morti e molti feriti; e fu questo l’avvenimento che dette luogo nel 1840 alle severe condanne emanate dalla giuria, di cui si fece precedente menzione.
In Italia non si può trovare un solo fatto, che si possa paragonare a questo assalto di Newport; eppure, data la diversità dei Codici, le condanne pei tumulti di Sesto Fiorentino furono infinitamente più severe. Volendo essere generosissimi coi nostri giudici militari e col governo che li mise a funzionare, i reati maggiori avrebbero qualche lontana, stentata, artificiosa analogia con quelli attribuiti a Stephens. Ebbene, mentre i Rondani, i Turati, i De-Andreis, i Chiesi, i Romussi, per articoli o discorsi scritti e pronunziati alcuni anni prima e che erano infinitamente meno eccitanti di quelli del prete inglese, ebbero dai sedici ai sei anni di reclusione, lo Stephens fu processato a piede libero e non ebbe che diciotto mesi di carcere! In Italia, in mancanza della pena di morte, lo avrebbero condannato al massimo della reclusione o della galera e i giudici sarebbero rimasti dolenti di non potergli dare gli anni di vita di Matusalem per appioppargliene novecento...
I tumulti del periodo cartista non durarono un mese o un anno, ma con maggiore o minore intensità si riprodussero per dieci anni: la fame li rese acuti nel 1842, quando si assaltarono e saccheggiarono anche le Workhouses. Dettero luogo al cosidetto processo mostruoso dei 59, durante il quale ci fu il discorso lunghissimo, commovente e convincente di O’ Connor, che indusse i giudici a dichiarazioni pubbliche di stima e di simpatia verso gli accusati. Si ebbe la sentenza; ma ne venne sospesa l’esecuzione per un errore di forma: l’Inghilterra non ha una Cassazione disciplinata! Il processo non venne ripreso perchè il governo non se ne occupò più. «I Ministri, dice Valera, avevano fiutata l’opinione del paese contraria a questi processi contro le manifestazioni del pensiero».
La diversità dei criteri di governo, del rispetto per la libertà, per le leggi e per la costituzione tra l’Inghilterra e l’Italia, in questi dolorosi casi risulta all’evidenza dalla differenza tra i generali preposti alla repressione. Conosciamo i nostri Bava Beccaris, gloriosi vincitori all’interno; il Valera, e fece bene, ci presentò il generale Napier, che fu mandato a schiacciare il cartismo in undici contee settentrionali. Il generale Napier fece il suo dovere di soldato; ma quale uomo fosse, si può scorgere dal modo come pensava. Dei tumulti riteneva responsabili i governanti e malediceva coloro ch’erano causa delle guerre civili. Le insurrezioni, egli diceva, non sono provocate dai capi del cartismo, ma dal debito nazionale, dalle leggi sui cereali, dalle nuove leggi sulla carità pubblica. Il cartismo è il prodotto della ingiustizia dei Tories e della imbecillità dei whigs. Sferzava i magistrati pusillanimi che divenivano leoni dietro le baionette dei soldati. Deplorava che il Parlamento avesse votato 12,000 sterline per le scuderie reali, mentre altrove si moriva di fame. Sconsigliava l’arresto di O’ Connor e voleva che si dasse la Carta. E concludeva: È crudele ed inutile sopprimere la vita per delle idee. Non è giustizia, è barbarie, è vendetta di partito dominante. Magistrati, lords, duchi sono tutti assetati di sangue.
Ecco in bocca ad un generale la frase, che doveva procurare sei anni di reclusione a Gustavo Chiesi...
Tutto questo sfata l’umoristica ed accreditata leggenda sul carattere inglese e prova a luce meridiana che gli inglesi abusano più dei latini della libertà di parola; che gl’inglesi tumultuano tanto frequentemente quanto gl’italiani quando soffrono ed hanno fame.
Se le cose procedono diversamente, in ultimo, in Inghilterra e in Italia, egli è che le moltitudini inglesi sanno farsi rispettare e difendono la libertà. Pare che essi abbiano letti i commentarî di Blackstone e vi abbiano imparato che il popolo ha il diritto di manifestare la sua volontà primo colla petizione, secondo colla rimostranza, terzo colle armi. Così il Valera.
Se le moltitudini sono impregnate dallo spirito di Blackstone, i governanti, in generale, da oltre cinquant’anni in qua, sono del pari convinti che il loro dovere è quello di rispettare i diritti del popolo. E rispettandoli, sanno di fare un buon affare nello interesse sociale e delle classi che rappresentano. Se ne dimenticano qualche volta ed avvengono allora perturbamenti gravissimi. Tale quello della domenica sanguinosa (13 Novembre 1887), quando la polizia volle impedire, la riunione di un meeting in Trafalgar-Square e il popolo scatenossi come una furia su Londra, provocando conflitti sanguinosi, devastazioni di ogni genere. Così avviene sempre, ogni volta che la polizia interviene per impedire una manifestazione; il suo intervento in Italia come in Inghilterra genera la sommossa. La sua assenza è la migliore garanzia dell’ordine, sia in Italia come in Inghilterra. Roma vide trentamila cittadini protestare pacificamente per l’assassinio Frezzi con tanto ordine e con tanta compostezza, quanta se ne può riscontrare a Londra durante le più ordinate e pacifiche manifestazioni. Mancava la polizia[119]. E ci fu in Parlamento chi trovò da rimproverare all’on. Di Rudinì questo atto politico e questo rispetto alla legge e ai diritti dei cittadini!
I nostri monarchici — distinzione, onestamente, non si potrebbe fare fra la destra e la sinistra — messi colle spalle al muro dalla eloquenza dei fatti, non si danno per vinti e dopo aver blaterato per tanto tempo sulla solidità delle nostre istituzioni e sulla popolarità della nostra monarchia, confessano umiliati che ciò che riesce innocuo in Inghilterra, dove la monarchia ha secolari radici, non si può consentire in Italia, dove le istituzioni vigono appena da mezzo secolo.
L’obbiezione, mentre li umilia, perchè sfronda molte aureole, si mostrerà che è infondata da un altro punto di vista. Ma prima di venire a questa dimostrazione, ce n’è un’altra da fare, ricorrendo alla storia e alla vita politica del Belgio.