E meno male se gli scioperanti fossero stati i soli minatori; ma i vetrai, continuano i due scrittori socialisti, non erano miserabili e non avevano alcuna seria ragione per porsi in isciopero. Forse si sono esagerate le loro buone condizioni; ma ciò non pertanto esse erano soddisfacenti: la maggior parte avevano una casa, dei risparmi, godevano di un certo comfort, erano una specie di aristocrazia nelle classi operaie e avrebbero dovuto rimanere estranei allo sciopero (pag. 67).

A Milano, a Napoli, a Firenze, nessuno dei condannati si trovò nelle condizioni dei saccheggiatori e degli incendiari del Belgio; ma le condanne non furono inferiori. Nel Belgio sembrarono enormi le condanne di Charleroi, da sei mesi di prigione al disotto, per oggetti rubati negli scioperi e ci fu uno scoppio d’indignazione perchè un Gillet fu condannato ad otto giorni di carcere perchè trovato possessore di un pugnale e perchè minacciò un maggiore dell’esercito. In Italia gli otto giorni sarebbero divenuti otto anni di reclusione; e nessuno se ne sarebbe sorpreso!

Ma la iniquità delle condanne italiane diventa spaventevole quando si paragonano a quelle inflitte nel Belgio agli elementi intellettuali, ritenuti inspiratori e promotori diretti o indiretti dei tumulti. Alfredo De-Fuisseaux, che col suo Catechismo del Popolo, vendutosi a molte decine di migliaia di copie, aveva certo eccitato moltissimo gli animi, venne condannato a sei mesi di prigione dalla Corte di Assise di Bruxelles. Il 4 Giugno, innanzi al giurì di Gand, comparve E. Anseele sotto l’accusa di avere attaccato la forza delle leggi e di avere oltraggiato il Re per un articolo pubblicato nel Vooruit nel quale si scongiurarono le madri di scrivere ai loro figli dell’esercito perchè non tirassero sugli operai in isciopero e per un discorso pronunziato in un comizio nel quale, volto agli operai, consigliando la calma, aveva detto: se voi vi esaltate, il governo non domanderebbe di meglio che massacrare; e in questo giorno vi sarebbe festa al palazzo dell’arcivescovo di Malines ed al castello di Leopoldo II, assassino I.... Anseele confessò di avere pronunziato queste parole a fine di bene e nel momento dell’eccitamento; venne assolto e condannato a sei mesi di prigione per la prima accusa!

Sei mesi di prigione nel Belgio a chi afferma che il capo dello Stato avrebbe fatto festa per il massacro del popolo, a chi chiama assassino il Re! li hai ben meritati i tuoi dodici anni di reclusione, tu, Filippo Turati, che non pensasti mai d’insultare atrocemente il sovrano d’Italia e che profferisti parole di pace, tali riconosciute dai tuoi avversari!

Non basta. Si assicura già che il governo prenderà l’iniziativa di una legge che dichiarerà nulli i voti dati ai condannati politici.

E nel Belgio? Anseele, proclamato candidato in Bruxelles nell’ottobre 1886, viene messo in libertà, affinchè possa sostenere la campagna elettorale..... Rientra in prigione, perchè non eletto.

Le origini dello sciopero e dei successivi tumulti e gli episodi che li accompagnarono, i processi — tutto contribuisce a stabilire la maggiore gravità dei fatti del Belgio. Eppure non venne proclamato lo stato d’assedio, non sottratti gli accusati ai giudici legittimi, non proposta alcuna misura restrittiva delle libertà di stampa, di associazione, di riunione, non pensata alcuna diminuzione del diritto elettorale.

Appena un mese dopo i tumulti, il 25 e il 26 Aprile, il partito socialista belga potè riunirsi liberamente a congresso a Gand ed una colossale manifestazione in favore dei condannati potè farsi in Agosto a Bruxelles, dove già si era esasperati perchè il borgomastro Buls — senza ingerenza del governo — l’aveva proibita in Giugno; e solenni manifestazioni, punite in Italia, come apologia di reati, si svolsero pacificamente in tutte le città del regno.

Questo avviene nel Belgio, dove la dinastia dei Coburgo regna da sessant’anni appena ed è straniera e non crede di avere speciali benemerenze per la liberazione e per l’unificazione del paese...

In Italia... in Italia, — ricordiamolo, per attenuare l’amarezza che suscita la reazione e l’abbiezione presente, in altri tempi non si procedeva come si procede al giorno d’oggi. Era maggiore il rispetto delle leggi, lo Statuto pareva cosa viva, vi si godeva di un minimum di libertà indispensabile in uno stato civile contemporaneo. Le radici delle istituzioni non erano e non potevano essere più profonde che oggi non siano e le scosse erano forti; ma la reazione, dopo Aspromonte, dopo il massacro di Torino — allora il Re licenziò il ministro che l’aveva consumato — dopo Mentana, dopo i tentativi insurrezionali e le cospirazioni del periodo 1869-71, non raggiunse mai l’intensità e la sfacciataggine di quella odierna.