Comunque, tale quale la consentivano i tempi e le istituzioni politiche, l’azione del governo borbonico dopo il 1848 nel continente napoletano non perde nel paragone con quello del governo italiano nel 1898. Questo insegnano i fatti, che desumo dalle sorgenti più ortodosse per patriottismo o per italianità[125].

Ricordiamo e confrontiamo. L’avvenimento più clamoroso contro i Borboni fu il sangue versato in Napoli il 15 Maggio 1848. Si disse che Ferdinando II per fare sorgere le barricate ed avere pretesto alla repressione, si sia servito di agenti provocatori. L’accusa trova oggi smentita nella Nuova Antologia per bocca del Masi, e la si deve considerare come una calunniosa fandonia.

Più interessanti sono gli episodi che si svolsero nella triste giornata e che la seguirono.

Il 15 Maggio, in Napoli, si contavano 79 barricate vere — e non uso Milano — con difensori armati, che sparavano ed ammazzavano — difensori che nessuno potè vedere a Milano: la forza non potè acchiapparne uno solo!

Verso le 11 e mezza i primi colpi erano tirati; alla caduta di un granatiere e di un capitano della guardia, il fuoco si accende ben nutrito. Michelangelo Ruberti fa tirare da Sant’Elmo sulla città; ma a polvere — i cannoni sparavano a mitraglia nelle strade di Milano. Un maggiore, sei ufficiali e ventuno soldati vennero uccisi; due colonnelli, undici ufficiali, centottantuno soldati feriti con arma da fuoco. Queste sono, del resto, le perdite dei soli Svizzeri; non vi sono comprese quelle della guardia reale e degli altri corpi militari. A Milano un solo soldato fu ucciso; e nessuno può assicurare che lo sia stato dai tumultuanti.

Dalle perdite delle truppe si dovrebbe argomentare che a Napoli gl’insorti — insorti veri — abbiano dovuto avere perdite enormi; e Nisco calcola che i morti siano stati 500, tra cui 19 donne; ma l’esagerazione è evidente. Più ragionevole pare quindi la cifra che altri dà di 132 morti e 600 feriti tra l’una e l’altra parte. Di poco quindi, in una vera battaglia, sarebbero stati superati i caduti di Milano.

D’Hervey Saint-Denis — un borbonico — afferma che durante la lotta nessun cittadino inoffensivo fu colpito se non a caso. A Milano quasi tutti gli uccisi erano cittadini inoffensivi: non ne fu trovato uno solo armato. Mac Farlane scriveva a lord Aberdeen che il Re avesse detto ad un generale che chiedeva istruzioni: risparmiate i miei sudditi, fate prigionieri, non uccidete! Mettiamo in quarantena questa pietà di Re Bomba, perchè affermata da uno straniero — uno scultore — stipendiato dal governo borbonico; mettiamola in quarantena, quantunque siano numerose le prove della sincerità della pietà di Ferdinando II, ma c’è un atto che fa onore al tatto politico di Ferdinando II e che da nessuno è messo in dubbio: 800 prigionieri furono lasciati liberi all’indomani del 15 Maggio! Quest’atto non compensa la fucilazione dei 27 prigionieri presi coll’arma alla mano, fatta eseguire dal Conte d’Aquila?[126] Qui manca il termine di paragone per l’Italia... Allora come oggi venne proclamato lo stato di assedio; ma quanta differenza, a disdoro dell’Italia una, libera!

Ecco il decreto del Maresciallo Labrano — il Bava Beccaris del tempo — se si può insultare la memoria di un uomo con questo paragone.

L’art. 1 istituiva una Commissione inquirente.

L’art. 2 diceva: «La Commissione ha l’incarico d’inquisire su tutti i reati contro la sicurezza interna dello Stato e contro l’interesse pubblico che sono stati commessi dal 1º Maggio in poi e che si potranno commettere fin che dura lo stato d’assedio.