Anche ora (Elvira erasi appoggiata alla scrivania tenendo la mano distesa sul piano levigato, toccando il libro che Gentile Lamberti aveva lasciato aperto in quel medesimo posto) Anna tremava quasi stesse per assistere ad una profanazione. Quella mano ferma e già forte nel suo incompleto sviluppo di bambina, quella mano che sapeva tracciare pagine di una calligrafia perfetta, quella mano così diversa, così straniera, là dove ella aveva veduto per l'ultima volta la mano diafana e scottante di suo padre, le dava una stretta al cuore che nessun ragionamento avrebbe saputo spiegare. Per vincersi e per dominare una sensazione che ripugnava alla sua alta rettitudine si accostò alla sorella passandole un braccio intorno al collo.

Non era suo dovere di amarla, ora più che mai, poichè erano rimaste sole nel mondo? Ella aveva precisamente l'età di Elvira quando la loro madre, sciogliendosi dalla vita, volgeva a lei in particolare la preghiera di sostituirla presso la neonata. Ed ecco, dieci anni erano già trascorsi senza che il vincolo ideale si stringesse. Ingannati dalla gentilezza dei modi tutti dicevano: Come si amano le due sorelle! Ma Anna sapeva bene che non era vero. Col braccio stretto intorno al collo di Elvira ne andava ricercando i baci con ansia affannosa, mormorando:

— Dobbiamo amarci, dobbiamo amarci.

E dal fondo delle sue viscere intanto l'occulto ribrezzo smentiva le parole affettuose.

Dopo le giornate bigie del dicembre, dopo i freddi acuti di gennaio e di febbraio, che tante ore raccolte avevano adunato nel salotto ospitale, la primavera vinceva e già la giovinezza dell'aprile entrava per la sfilata delle stanze aperte facendo sbocciare nell'illusione di una nuova fioritura le ghirlande dipinte sugli usci fra l'oro e l'azzurro tenero degli svolazzi accartocciati.

— Aspetto — aveva detto Flavio un giorno fermandosi estatico davanti a un insolito effetto di luce — che questi fiori mettano dei boccioli.

— Non è vero? È questa l'impressione che fanno anche a me. Io mi domando perchè le altre case non sono come questa e perchè invece di questi grandi usci dipinti, così ridenti, hanno dei piccoli usci di vetro freddi e repulsivi.

Era Anna che aveva risposto a Flavio. Era sempre lei che raccoglieva le rare osservazioni del fanciullo, come già un tempo aveva fatto suo padre. Ciò accadeva spontaneamente per un intimo accordo di sensazioni, ma vi si abbandonava anche volentieri pensando di continuare un lavoro di riabilitazione e di giustizia. Confidenze dirette non ne aveva ricevute ancora, nessuno le aveva chiaramente palesato che cosa fosse stata l'infanzia di Flavio, ma con sottile intuito ella l'aveva letta, la leggeva tutti i giorni nel pallore malaticcio di lui, nella piega dolorosa delle labbra, nell'occhio attonito che aveva talvolta immobilità vitree di anima assente; e quando con femminile pietà aveva fatta sua la tristezza di quell'adolescente senza famiglia, di quell'adolescente che non aveva nemmeno conosciuto la tenerezza di una madre, il suo sguardo ardente e cupo passava come una carezza sulla povera testa dai capelli incolti, sul povero corpo mal vestito, mal nutrito e le dure parole del signor Pompeo: “Scioperato, buono a nulla, vagabondo„; ella traduceva nella luce del suo cuore, così: “Infelice, infelice, infelice.„

Era ben vero che i cómpiti di scuola Flavio li eseguiva malamente o non li eseguiva affatto, impiegando l'ora della traduzione latina a tracciare disegni sopra i quaderni e l'ora di studiare i classici a inseguire via per il cielo il corso delle nuvole nei loro svariati aggruppamenti; ma Anna sapeva pure che egli leggeva molto fuori dei libri di testo e quando infervorata a discorrere delle idee che il padre suo aveva amate — sogni d'arte, entusiasmi di bellezza, ardori di fede — vedeva gli occhi del fanciullo rifulgere giocondamente e fissarsi nei suoi con una intensità di elianto che beve i raggi del sole, Anna si sentiva presa da un rimpianto violento che le faceva esclamare con malinconia: “Perchè non è mio fratello?„

Finchè suo padre era vissuto, la loro solitudine in due le era parsa la più squisita estrinsecazione di una vita che aveva per meta l'ideale. Collaboratrice intima di lui, regina e prigioniera nel loro piccolo alveare, quell'occulto lavoro di preparazione che avrebbe diffuso nel mondo tanto balsamo per le anime era tutto il suo orgoglio, tutta la sua gioia. Altri distribuiscono il bene nella forma concreta di cibo al corpo od all'intelletto; ella amava invece la distillazione primitiva che non è ancora miele ma succo di fiore. Di un'anima, di un'anima aveva bisogno!