Ed ecco che in quel rinnovamento della primavera, compiendo il suo ventunesimo aprile, Anna aveva attirata la sorella sul terrazzo tenendola stretta al fianco con sollecitudine materna, mentre dentro di lei l'angoscioso desiderio la faceva tremare di tenerezza.
— È bella la glicine quest'anno — disse Elvira.
Anna assentì silenziosamente col capo, lisciandone i capelli, osservando l'orecchio di Elvira dal lobulo grasso e pieno, caldamente rosato nella luce mattinale.
Sedettero entrambe sulla balaustra del terrazzo, in un posto lasciato libero dalla glicine e che Anna preferiva perchè da quel posto si scorgeva l'orizzonte ampio terminato dal muro di un convento lontano, quello stesso che portava dipinta sulla sua nudità monastica una meridiana. Alcune parole stavano scritte intorno alla meridiana, parole che per la grande lontananza non si potevano leggere, ma che Anna sapeva e verso le quali i suoi sguardi correvano sempre quasi attirati da un fascino.
— Ho molta lezione da studiare — disse ancora Elvira.
— Sì? Converrà allora guadagnar tempo.
— Oh! una buona metà la so già. Non sono come Flavio, io.
Una linea dura contrasse per un istante le labbra della fanciulla. Anna chinò gli occhi.
— Il signor Pompeo dice che se continua di tal passo l'anno venturo non potrà entrare in liceo.
— Poverino!